
Il programma è: nessun programma. A parte Cubo che, ovviamente, si è svegliato all’alba e ha organizzato un tour guidato per le vie di Barcellona seguito da alcuni volontari eroici, tutti gli altri si svegliano a metà mattina. Comunque più presto di quanto ci si poteva immaginare.
Con sincronizzazione perfetta andiamo a fare colazione quasi tutti insieme ed in pochi minuti si forma una tavolata lunghissima. È un altro regalo. Siamo su una terrazza all’aperto, con un panorama fantastico sulle colline che si trovano alle spalle di Barcellona… sembra di essere in Toscana. Organizziamo anche noi un tour in città, ma decidiamo saggiamente di lasciare le auto all’hotel e di andare in metropolitana in centro: abbiamo circa tre ore da passare in città, il dovere di mariti e papà in gita impone l’acquisto di souvenir da riportare a chi ci aspetta a casa.
Il programma è assolutamente libero, ma si creano automaticamente piccoli gruppi che si formano e si disfano tra un acquisto e l’altro. Il momento va celebrato con birra e tapas in una bella taverna proprio di fianco a Santa Maria del Pi, il giusto sigillo a quel breve ed intenso momento di vita turistica.
Torniamo in metropolitana alle auto dove c’è il rendez-vous generale prima del trasferimento in aeroporto; si fa il controllo di tutti i documenti per il check-in e… Gasp, non trovo la mia carta d’identità! Brutta sensazione, la cerco in tutti i posti dove potrebbe essere, se l’ho persa sono nei casini, ma… Riconduco la situazione al contesto generale in cui mi trovo, alle iene dei miei amici che mi circondano, ed esclamo senza indugi: “Sacchi di merda, ridatemi la mia carta di identità!”. Mi avevano borseggiato, i bastardi.
Quella di Matteo, che ne denuncia lo smarrimento, invece, non viene restituita: Sergione vuole la sua vendetta e lo vuole vedere sbiancare al banco del check-in, senza documento.
Arriviamo all’aeroporto in anticipo, lasciamo le auto e ci dirigiamo all’accettazione di EasyJet, che è un terminal a parte. C’è una coda lunghissima e cominciamo a rosicchiare minuto dopo minuto il nostro anticipo. Lungo il serpentone che ci conduce ai desk facciamo sfoggio del nostro trofeo e ripassiamo tutto il repertorio canoro che ci ha accompagnato nel nostro viaggio; il pezzo che ci viene meglio è “o Surdato ‘nnammurato” in onore di Crescenzo, che dirige il coro. Una comitiva di francesi (sempre loro, sembra un destino) ci guarda con simpatia, mentre Diego cura con loro le pubbliche relazioni, dissertando “Come, non conoscete questa tipica canzone? È di un grande autore italiano, come Jacques Brel…” Geniale.
Matteo arriva al desk, ma non è preoccupato: deve aver capito che la sua carta d’identità ce l’hanno i compagni, ma perché non la chiede indietro? Perché ha il passaporto nascosto nella valigia: va al banco, lo tira fuori e con un sorriso a trentadue denti lo sventola verso il gruppo, mentre con la mano libera si esibisce in un plateale gesto dell’ombrello. È godutissimo di aver contenuto lo scherzo; talmente goduto che si distrae, proprio mentre l’inserviente gli porge la carta d’imbarco. A quel punto Gianluca si trasforma in un avvoltoio e glielo sfila da dietro le spalle, senza essere visto. Al desk c’è già un altro. “Dai Matteo sbrigati, siamo in ritardo!” gli gridano dalla zona controllo bagagli, mentre lui comincia a perquisire le sue tasche in cerca del fatidico tagliandino. Nulla. Chiede all’inserviente del check-in, che lo informa di aver stampato il pass e di averglielo consegnato: non è possibile riemettere il documento. Uno ad uno tutti i compagni passano il check-in e il controllo bagagli, lasciando Matteo solo, a cercare dappertutto con un filo di crescente apprensione, finché da oltre le barriere della zona controlli si sente un urlo: “Mattèooooo!!!”. È Sergione, che stringe tra le dita, agitandolo sopra il suo testone pelato, il boarding-pass di Sir Stanley. Beccato! Lo scherzo è riuscito perfettamente, ma non c’è più tanto tempo per scherzarci sopra, dobbiamo correre al gate senza più esitare, perché stanno già imbarcando.
Riusciamo a occupare tutta la parte posteriore dell’aereo e, dopo il decollo, parte già il primo “Siamo noi, siamo noi, il campioni del torneo siamo noi…”. Lo steward inglese si avvicina curioso per darci il benvenuto e per capire cosa abbiamo vinto. Diego è il nostro anfitrione, come al solito, e spiega in inglese: “Siamo i campioni d’Europa – nientemeno – di calcio per veterani: abbiamo appena vinto il torneo a Barcellona. Anzi, potrebbe far dare l’annuncio al comandante? Se vuole le scrivo qui su un bigliettino tutti i nostri dati”. Diego è talmente gentile che lo steward non può esimersi dall’accontentarlo, ma forse lo steward è talmente gay che non può esismersi dallo sperare di avere insieme al bigliettino il suo numero di telefono. Avvisiamo del pericolo in nostro compagno, mentre aspettiamo l’annuncio.
Plìn, plòn… “Ladies and gentlemen… stiamo volando alla quota… in direzione… la temperatura… alla destinazione il tempo è…” e infine “vogliamo salutare la squadra campione europea di calcio veterani: il Valsalice Alfieri!”
Boato nella coda dell’aereo: tutti i passeggeri si girano verso di noi, mentre parte il coro “EasyJet, EasyJet, noi voliamo, noi voliamo, noi voliamo EasyJet…”.
Lo steward ci guarda con occhi innamorati.
Per suggellare il momento mettiamo mano al fondo di cassa comune e compriamo delle lattine di birra che versiamo nella coppa per brindare in questo calice come se fosse un’improvvisata grolla dell’amicizia, il modo migliore per onorare la trasferta.
A Malpensa ci aspetta lo stesso pullman dell’andata, con lo stesso autista che due anni prima fu alla guida del mezzo che ci lasciò in riva al Ticino dopo aver schiantato il motore. Ma stavolta il viaggio di ritorno è sereno, riprendiamo contatto con la realtà, i telefonini ci riportano alla voce amica di familiari, di colleghi d’ufficio e clienti, prepariamo già la prossima partita di campionato, che sarà dopo soli tre giorni.
Arriviamo a Torino, dove ci sono i parenti ed amici ad aspettarci, come se fosse un piccolo comitato d’onore. Fra tutti spicca un sorriso: è quello di Max. Ha addosso la nostra divisa, quella che avrebbe dovuto indossare se fosse partito insieme a noi. Gli abbiamo portato la coppa, insieme al pallone della finale firmato da tutti ed alla maglia numero 10 di Lionel Messi, anch’essa autografata.
Sono a conoscenza della sua malattia, ma continuo a credere che si tratti di altro. Voglio pensare che quel pallone un giorno sarà gonfiato per farlo venire a giocare con noi, che quella maglietta non sarà conservata in un cassetto buio, ma si gonfierà sotto il suo petto atletico in uno dei nostri tanti bei momenti di vita di squadra. E che la coppa possa ancora una volta essere riempita per brindare a qualcosa di bello. Max è felice, è emozionato, perché sente che tutti gli vogliono bene, che mentre lui era in ospedale, tutti lo abbiamo portato con noi in campo, negli spogliatoi, sul podio, a cantare l’inno, a godere della vittoria. Ricordo l’abbraccio con Fufu, con la promessa, mantenuta, di portare a Max la coppa del torneo.
Ho rivissuto sei mesi dopo la stessa scena, con le stesse lacrime, la stessa profonda emozione. Avevo appena segnato il gol del tre pari in una partita che non era una finale, ma che aveva un carico emotivo anche più forte. Una volta visto il pallone in rete ho sentito la voglia di correre, ho trovato in fondo al campo Fufu e le sue braccia spalancate e gli sono corso incontro, saltandogli in braccio come sul campo di Blanes. “Questo è per Max” gli ho detto ed avevo le stesse lacrime di quel giorno, che avevano un sapore diverso.
Avevamo salutato il nostro grande amico per l’ultima volta, proprio quella mattina. Il Valsalf è anche questo.




