Credo che il momento più bello in cui una squadra celebra una vittoria non sia quello della premiazione, ma quello del ritorno negli spogliatoi. Quando si lascia il campo di battaglia, per rientrare fra le quattro mura di quella casa fittizia e maleodorante che è lo spogliatoio di un campo da calcio, dove ci si sente finalmente al sicuro, dove ci si può stringere per assaporare intimamente il gusto della vittoria.
Il regalo che ci viene fatto è ancora più appagante, se vogliamo. Lo spogliatoio è piccolo e le docce quasi fredde, per cui trasferiamo quell’atmosfera nel cortile antistante, proseguendo l’ubriacatura da festeggiamento per un tempo lunghissimo.
La premiazione dei tornei giovanili che si sono svolti in contemporanea a quelli per gli adulti si tiene direttamente nel centro sportivo, in un palco appositamente allestito: è una vera festa di sport, con bambini di mezza europa che fraternizzano e celebrano i vari successi. Il cerimoniale è ben curato, ci sono gli inni nazionali e le bandiere dei vari paesi, con tanto di coppa ed esplosione di coriandoli. Io, immancabilmente, quando vedo una premiazione e sento l’inno nazionale del vincitore, mi commuovo. Non capisco il perché, visto che, oltre al momento solenne, non ci sono particolari motivi struggenti, eppure la visione di quei ragazzini ungheresi che mettono la mano sul cuore alzando l’asta della loro bandiera e cantano il loro inno mi commuove.
L’emozione della vittoria ha toccato tutti nel profondo, vedo occhi felici, ma sguardi pensierosi. Credo che le emozioni forti muovano sempre in noi qualcosa di profondo.

Ho sempre pensato che siano come un sasso gettato in uno stagno, che rompe la superficie dell’acqua, alzando onde veloci e concentriche; quando il sasso scompare sott’acqua e tocca il fondo, immancabilmente alza il sedimento che è lì depositato, creando delle nuvolette che compiono evoluzioni affascinanti, salvo poi ritornare col tempo sul fondo stesso. Così anche le nostre emozioni, siano esse legate ad eventi felici o dolorosi, entrando nella nostra vita, accendono i nostri sentimenti, liberando la nostra sensibilità.
In quel momento, dopo aver condiviso in compagnia l’ebbrezza della vittoria, sento il bisogno di starmene da solo. Il sasso nel mio stagno mi fa sedere da solo, sul ciglio di una collinetta, accovacciato sull’erba. Il panorama è stupendo, racchiude gli elementi della nostra storia: la luce del tramonto illumina di tinte calde i campi da calcio, ma sullo sfondo la campagna è dolce, lievi pendii si alternano a colline coperte da ulivi e cipressi e campi di grano; all’orizzonte si intuisce il mare.
È un panorama di pace immensa. Le emozioni portano a galla ricordi e affetti; è uno di quei momenti in cui fai i conti con la tua vita, chissà perché proprio dopo la finale di un torneo di calcio. Mi sento lontano da casa, ma vicino alle persone più care, e in quel momento vorrei che fossero tutti con me in quel piccolo angolo di paradiso in cui mi trovo. C’è qualcuno che penso sia in paradiso e che in quel momento sento ancora più vicina; credo che sia veramente così, che aspetti la caduta di qualche sasso nel nostro stagno per venirci a trovare, nel momento in cui il nostro cuore è più aperto, in cui guardiamo verso il fondo e non solo alle onde della superficie.
Spero che nessuno mi raggiunga, desidero solo rimanere lì da solo per qualche minuto, immerso nei miei pensieri, a guardare quel dolce panorama, che forse non esiste, ma è lo specchio di quello che sento.
Questa volta non ho solo gli occhi lucidi per l’emozione, ma piango proprio tutte le lacrime che servono: il sasso si deve depositare, è ora di andare alla premiazione, col nostro inno e la nostra bandiera, ma senza più il rischio che io mi commuova.




