
Andiamo al sorteggio per stabilire chi tirerà per primo: vinciamo e decido che tireremo noi. Penso che tirare per secondi sia uno svantaggio psicologico: sapendo cosa ha fatto l’avversario – segnato o sbagliato – si ha un carico psicologico che distoglie dal pensiero principale. Tu devi segnare il tuo rigore, indipendentemente da ciò che fa l’avversario, perché se segnerai tutti i rigori che calci vincerai la partita: molto semplice. Se, invece, vai sul dischetto dopo che l’avversario ha segnato, il pensiero diventa “Se sbaglio, siamo sotto” e sei panato: è molto più facile che il rigore venga veramente sbagliato.
È incredibile quanto la componente mentale sia importante in un gesto atletico come quello di un rigore. Dal punto di vista tecnico sembra impossibile non segnare calciando da soli undici metri verso una porta di sette e quindici, in cui il portiere non si può muovere in anticipo. Eppure, quando si guarda quella maledetta porta, lo spazio libero per segnare sembra maledettamente piccolo; ma è solo una questione psicologica. Se si riesce a tirare con forza e decisione in una precisa direzione, che non sia a mezza altezza e che non sia più lontana di un metro dai pali, il portiere ha scarse possibilità di parare; ma il problema non sta solo nella forza, quanto nella decisione. La paura è la nemica numero uno della decisione, perché paralizza il senso di sicurezza che occorre per un gesto simile.
Ho letto un aneddoto emblematico a questo proposito. Un professionista del basket NBA aveva statistiche di alto livello in quanto a canestri segnati e rimbalzi, ma era scarso nei tiri liberi: era il suo punto debole. Non si poteva dire che fosse tecnicamente incapace, visti i suoi numeri, ma quando si trovava a tu per tu, solo, con il canestro, i suoi risultati erano scarsi. Provò ogni tipo di allenamento specifico, ma la media canestri dalla lunetta non cambiava. Un consulente motivazionista ingaggiato dal suo team provò con una tecnica alternativa: non lo fece più allenare.
Al contrario, gli impose per due settimane di sedersi sulla panchina del campo di allenamento, fissando il canestro e, per almeno mezzora, di sostituire il quotidiano allenamento con la palla fissando semplicemente il canestro. Dopodichè, per tutti i trenta minuti di seduta, avrebbe dovuto immaginare se stesso intento a tirare un tiro libero e, immancabilmente, di infilare la palla nel cesto. Con la mente: tiro, canestro. Così per trenta minuti al giorno. Così per due settimane. Quando il giocatore tornò all’attività agonistica il suo rendimento nei tiri liberi migliorò sensibilmente, attestandosi sulla media degli altri campioni. Questo aneddoto ci fa capire che, spesso, nello sport così come in tante delle nostre attività quotidiane, l’errore sta prima nella nostra mente che nel nostro gesto fisico; in sostanza, se pensiamo a non sbagliare, visualizziamo mentalmente il nostro possibile errore ed istintivamente lo ripetiamo. Se, invece, riusciamo a fissare nella mente il nostro gesto vincente, abbiamo molte più possibilità di successo, ma per farlo non dobbiamo avere paura.
Io, per esempio, ho provato a fissare a lungo la televisione pensando intensamente di trombarmi Angelina Jolie, ma non ce l’ho fatta. Forse avevo paura?
Comunque, tornando alla finale, a lenire il nostro carico psicologico noi abbiamo una buona protezione, fatta di centonovanta centimetri di muscoli e riccioli infilati nella maglia di Luca, che ha stabilito con Fufu in questo modo la staffetta tra portieri: a lui è andata la finale. Quando Lukered allarga le braccia e fa qualche passo per opporsi ad un rigore, la porta diventa più stretta, occupata dalle ali spiegate di quell’angelo ricciolino che ti viene incontro.
Decidiamo la sequenza dei tiratori: Sergione, Ivo, Sikarinkia, El Rubio, Cubo. I dieci rigoristi, come da regolamento, si dirigono all’interno del cerchio di centrocampo; gli altri rimangono a bordo campo, ma la tensione è palpabile fra tutti. Siamo a un passo dal raggiungere un sogno, ma anche a un passo da una cocente delusione.
Tira Sergione per primo: lui non vuole assolutamente perdere e segna. Gli Young Boys, invece, si fanno parare il loro tiro: uno a zero per noi.
Per secondo si presenta al dischetto Ivo: lui ha la freddezza giusta per segnare e, infatti, spiazza il portiere con precisione. I nostri avversari sono ipnotizzati da Luca e gli tirano addosso: due a zero per noi.
Il terzo tiro può essere matematicamente decisivo su una serie di cinque. Per noi tira Sikarinkia, ufficialmente designato rigorista dopo la rete della prima partita; lui opta per la bomba a mezza altezza, ma sbaglia l’alzo della gittata e spedisce il pallone nella rete… quella della recinzione del campo. Gli avversari, invece, segnano: due a uno.
Il quarto rigore tocca a me. Tiro sempre alla mia destra, ma questa volta decido di cambiare ed opto per incrociare alla destra del portiere. Già il fatto di aver pensato di cambiare è indice di paura e, probabilmente, il mio movimento comunica istintivamente al portiere le mie intenzioni. La traiettoria è buona, angolata e discretamente forte, ma il portiere si butta in anticipo e para. Sento un tuffo al cuore: non è possibile, rischiamo di perdere. Per fortuna anche gli Young Boys sbagliano e rimaniamo sul due a uno.
Il quinto rigore chiude la serie e abbiamo due match-point: se Cubo segna, o se loro sbagliano, la coppa è nostra. Il Cubico ha accettato spavaldamente di tirare l’ultimo rigore dichiarando “Io non mi tiro mica indietro davanti a un rigore”; è la frase che lo incornicia, lui è così. Un chirurgo che tutti i giorni si gioca su frazioni di millimetro la guarigione del paziente che opera alla colonna vertebrale, non può avere paura di undici metri di distanza da una porta. Sento ancora più forti le vibrazioni della giornata, sono sereno, anche se provato dal mio errore, e penso che sia bello che proprio lui possa portarci alla vittoria con il rigore decisivo, meritando l’abbraccio della squadra. Invece non può ancora finire qui: Cubo sbaglia e loro segnano. Siamo due pari ed abbiamo sbagliato ben tre rigori di fila; siamo stati a un passo dalla vittoria ed ora rischiamo di perdere.
A quel punto perdo il conto dei tiri ed al loro gol dichiaro sconsolato “Ragazzi, è finita, non avete capito che è finita? Abbiamo perso”. Ma gli avversari non esultano: ho semplicemente sbagliato i conti, ho immaginato nella mia mente confusa una sconfitta che, per fortuna, viene immediatamente cancellata dalla realtà: rigori a oltranza.
Va a calciare Crescenzo, la freccia di Pomigliano, una statua greca di muscoli scolpiti, ma con i piedi scolpiti al contrario… Dopo il calcio d’angolo calciato durante la finale, in cui ha lanciato il contropiede avversario sbagliando la direzione del tiro di almeno una ventina di metri, le quotazioni di un suo successo non sono alle stelle. Invece, Crescy piazza un perfetto missile sotto la traversa e ci fa sperare nell’errore avversario, che non arriva: si va ancora avanti.
Riproponiamo lo schema “piedi al contrario” e mandiamo dagli undici metri Cece, il terzo fratello della famiglia Carnevale. Lui è un vero maratoneta, è su tutti i palloni dal primo all’ultimo minuto e fa reparto da solo: una vita da mediano, a recuperar palloni… non gli si può chiedere il colpo da biliardo, specialmente in una situazione così difficile. Si fa ipnotizzare dal portiere e tira centralmente, sbagliando. A questo punto si scatena il putiferio: gli avversari, probabilmente infettati dal medesimo virus che pochi minuti prima mi ha fatto sbagliare il conto dei tiri, pensano di avere vinto. Uno di loro parte dalla panchina e taglia il campo urlando come un pazzo, finendo la corsa con un tuffo di pancia nell’erba umida. Il portiere che ha appena parato il rigore comincia a fare la ruota come un clown del circo. Il grande Crescy, nel suo montaggio video che ogni anno ci regala con le immagini del viaggio, li ha battezzati alla perfezione nei sottotitoli che accompagnano la scena, diligentemente filmata da PJ: “Piciu 1 e Piciu 2”. L’arbitro, giustamente, spegne gli entusiasmi: devono segnare loro per vincere, non è finita.
Credo che con questa pantomima si siano tirati le sfighe del cielo: in quell’attimo, il vento che aveva spinto la palla sulla testa di Gianluca, che aveva spinto il mio tiro in porta, che aveva fermato sulla traversa un attacco dei francesi… in quell’attimo credo che abbia deciso che l’avventura doveva avere un epilogo.
Vanno sul dischetto per il loro match-point: parte la rincorsa, vedo Luca buttarsi in anticipo alla sua destra; la porta è aperta ed il tiro parte nella direzione opposta. Il tragitto di quella palla che in diagonale si avvicina all’angolo della porta vuota dura un’eternità, è un altro di quei ricordi che scorrono alla moviola. Ma il tiro si spegne a lato, siamo ancora in partita, anche se questa sembra una tortura cinese, non una partita di calcio.
Terzo rigore ad oltranza: va sul dischetto Iamma, un altro della serie dei piedi al contrario. Ma questo lo aiuta, perché – lo si vede chiaramente nel filmato del suo tiro – spiazza il portiere calciando in una direzione inimmaginabile rispetto alla sua postura: abbiamo ancora la possibilità di vincere, se i milanesi sbagliano.
Questa volta sento la vibrazione ancora più forte, come se la mia mente corresse in avanti insieme al sogno della vittoria: sono sicuro che è arrivato il momento e ce la possiamo fare. L’avversario parte e tira nello stesso angolo in cui Lukered si è mosso, angolando eccessivamente la traiettoria. La palla si avvicina al palo e Luca quasi la accompagna col gesto del corpo, in un inchino controllato simile alla riverenza di un gentiluomo rinascimentale. Il tiro è fuori.
Abbiamo vinto!
Non sento più stanchezza, paura, tensione, perché le mie gambe corrono veloci come non mai verso l’angelo ricciolone; gli salto in braccio stringendolo con gambe e braccia, poi arriva tutto il gruppo. Siamo un groviglio di corpi che saltano e urlano un indistinto “Sìììììììììììì……” zompando ritmicamente. Mi lacrimano gli occhi per la commozione e vedo più di un compagno che con i lucciconi cerca l’abbraccio degli altri amici: Fufu, Cigno, Mauro, PJ, Gian… Tutti cercano tutti, sono ventiquattro persone che sentono l’incontenibile voglia di sentire con il contatto dei corpi la gioia della vittoria, sono duecentosettantasei amplessi di felicità consumati al tramonto di una splendida domenica di fine maggio.
Continuo a ridere e urlare, ma ho chiaramente le lacrime agli occhi: trovo Fufu davanti a me e ci stringiamo più forte degli altri. Ci siamo fatti una tacita promessa prima di partire: portare la coppa a Max Terzi, il venticinquesimo compagno della spedizione, rimasto a Torino in ospedale. Lui era diventato il goleador di coppe, dopo essere stato l’unico di noi a segnare nel torneo di Praga, ma era soprattutto il nostro amico cucciolone che ci accompagnava affettuoso in ogni partita, con i suoi occhioni azzurri, in campo con il suo caschetto protettivo, in panchina, o come guardalinee, anche quando la sua malattia gli aveva ormai impedito di giocare.
Ci abbracciamo tra le lacrime ripetendoci insieme: “Portiamo la coppa a Max!”.
Forse il vento aveva previsto anche questo.




