
Giocare semifinale e finale nell’arco di poche ore è come giocare un’unica, lunga gara che dura tutto un pomeriggio. Anche se tra le due partite il programma prevede una pausa di due ore, in realtà la tensione e l’eccitazione ci tengono sulla corda; fa caldo e il vento ci ha disidratati, per cui cerchiamo di bere e rilassarci, facendo stretching. Finché rimani caldo, infatti, il male ai muscoli e i vari acciacchi, che vengono inevitabilmente fuori dopo una partita non si sentono, ma dopo un paio d’ore le gambe diventano pesanti e una sensazione di inacidimento generale si impossessa del tuo corpo; se poi è da due giorni che mangi schifezze, bevi porcate e dormi poco e male, sei un miracolato se riesci ancora a fare trenta metri di corsa.
Chi non gioca si rilassa sull’erba, molla gli ormeggi e stacca la spina. Le spine invece se le attacca Ivo, che pensa bene di infilarsi con le sole calze in un prato pieno di cardi, per cui si ritrova con i piedi letteralmente ricoperti di palline spinose che gli impediscono di infilare le scarpe da gioco a pochi minuti dall’inizio della partita. Sono aneddoti che danno la dimensione del valore professionale della nostra impresa sportiva…
Pensiamo alla formazione. Si contano i feriti sul campo, perché abbiamo più di un giocatore infortunato (Gian, Miky, Max Mura) e a qualcun altro si accende una spia rossa in fondo agli occhi: riserva fissa. Tra i candidati a una maglia di titolare c’è anche il mitico Giovàcca, altrimenti conosciuto come Giovènca. Giò è uno dei padri fondatori del Valsalf ed ha sempre seguito con passione l’attività della squadra, perfezionandosi in una specialità in cui è veramente unico: tirare mazzate terribili agli avversari. Ha un carattere mite e schivo, sembrerebbe quasi timido dietro ai suoi occhiali da intellettuale e la barbetta da eterno studente. Eppure in campo si trasforma in un vero killer: sostituisce gli occhiali dorati con una mascherina alla Edgar Davids, e con quest’aria da personaggio della Pixar corre dietro ad ogni attaccante con determinazione. Non appena un malcapitato avversario comincia a peccare di presunzione, decreta la sua autocondanna; al primo dribbling di troppo, alla prima finta vezzosa o, peccato capitale, ad un tentativo di tunnel, parte la mazzata. Dritta, secca, sulle caviglie, senza indugio, spesso in scivolata. Lui poi si alza, guarda la palla distante qualche metro e la indica, come a dire: “Cercavo di prendere quella…”. Penso che abbia la media ammonizioni più alta in rapporto al tempo giocato di tutta la squadra. Ma ogni squadra che si rispetti ha il suo mitico smazzulatore, cito per il Toro gente come Bruno, Policano, Giacomo Ferri, noi abbiamo Giovacca. Un altro grande.
Prima della finale Giò ha gli occhi infuocati dalla congiuntivite e non se la sente di giocare, ma in fondo a quegli occhi leggo il suo disagio. Lo capisco.
Ci tiene tantissimo, darebbe di tutto per poter giocare e vincere, ma l’idea della finale lo attanaglia e lo blocca.
Lo capisco benissimo.
Gian è fuori, ormai ha anche tolto le scarpette ed è pienamente calato nel ruolo di dirigente accompagnatore, perfettamente spettinato. Sono anche per questa partita il capitano. Dovrei spronare la squadra, radunare i compagni, caricarli per la prova più importante. Ne ho giocate tante di finali in più di trentacinque anni di calcio, da ragazzino e da adulto, e dovrei trovare il coraggio e le parole giuste per toccare lo spirito dei miei compagni. Che bello poter essere il gladiatore che togliendosi l’elmo proclama: “Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell’unico vero imperatore Marco Aurelio. Padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa… e avrò la mia vendetta… in questa vita o nell’altra… Fratelli! Ciò che facciamo in vita, riecheggia nell’eternità! Al mio segnale, scatenate l’inferno!”
E invece…
Decidiamo la formazione e l’arbitro, finalmente uno spagnolo giovane, simpatico disponibile – anche questo è un segno – raduna le squadre in campo. Ci abbracciamo in gruppo, per parlarci e farci coraggio, facciamo capannello e parlo. “Ragazzi, giochiamo tutte le settimane con squadre più forti di questa e abbiamo giocato partite più difficili di questa. Noi oggi ce la possiamo fare, non è una finale, questa è una partita qualunque che possiamo vincere: questa non è una finale”. Che discorso del cazzo… e la voce mi trema pure!
La verità è che non sono Massimo Decimo Meridio, ho paura come gli altri, forse anche più degli altri, perché ho la consapevolezza di poter sbagliare, e tutti lo capiscono. “Non è una finale!” sarà la frase che mi sentirò ripetere da tutti per prendermi in giro: ognuno ha il suo din-don…
Purtroppo, quando si gioca una partita importante, vengono coinvolte dinamiche mentali che influenzano pesantemente il comportamento di ogni sportivo. La paura di perdere diventa più forte della voglia di vincere: riesce più facile pensare in negativo (non devo prendere gol, non posso rischiare, non devo stancarmi, non è sicuro forzare…) piuttosto che far andare la mente libera verso la vittoria, amplificando così le capacità fisiche.
È per questo che la finale di questo torneo è una partita mediocre, in cui nessuna delle due squadre riesce a fare gioco, perché è più preoccupata a distruggere quello dell’avversario. In più, siamo veramente stanchi. Cinque partite in due giorni e tre notti di stravizi si concentrano nelle gambe, ma forse ancor di più nella testa dei ventidue giocatori. Facciamo tutti i cambi nell’intervallo, ma non riusciamo a cambiare nulla di sostanziale nelle sorti della partita, per sbloccare lo zero a zero. Sento che sto giocando male e più cerco di reagire, più errori commetto. Diventa quasi frustrante, perché ci tengo da matti, ma la sensazione di giocare questa partita è comunque esaltante. La temperatura è ideale, il sole è appena sull’orizzonte, ma non dà fastidio; intorno al campo si è radunato uno sparuto pubblico, più che altro composto dai giocatori delle altre squadre che danno un’ultima occhiata, per curiosità sportiva, all’epilogo del torneo che hanno giocato: sembra quasi una partita vera, con il campo in erba perfetta, l’arbitro straniero, il pubblico, lo stadio… È il bambino che c’è in me che in quel momento sta giocando, che ha sognato tante volte, prima di andare a nanna, di giocare nell’arena dei suoi beniamini, che ha immaginato di alzare la coppa del vincitore, di segnare il gol della vittoria…
Il sogno rimane più simile ad un letargo che ad un’impresa da gladiatori: ricordo perfettamente l’ultima azione della partita, in cui cerco di bloccare un attacco degli avversari, ma mi rendo conto che le mie gambe non fanno più ciò che la testa vorrebbe, non ho più un briciolo di energia. Anche Diego, che ha disputato un torneo eccezionale, si piega alla fatica: prende una botta in un contrasto sulla fascia laterale, a pochi metri dalla panchina, e rimane a terra esausto, agitando le mani e implorando “Basta, non ce la faccio più, non ce la faccio più”. Va detto che lui fa anche la maratona e la stanchezza la sa sopportare. Lo zero a zero è scritto, il vincitore della Copa Penya Barcelonista 2012 verrà decretato ai rigori.
Se il vento che ha scritto la prima pagina della nostra avventura vuole portarci all’ultimo capitolo della storia lungo una strada ancora ripida e tortuosa, piena di emozioni e sorprese, bene, questo è l’epilogo giusto: i calci di rigore.




