
Assistiamo alle premiazioni del torneo giovanile, ma la nostra cerimonia è prevista altrove: i tornei degli adulti prevedono una festa finale in una delle discoteche di Lloret de Mar, per cui ci tocca cambiare il programma di andare a cena a Barcellona. Un programma che avevamo fatto senza minimamente considerare di avere impegni la sera dopo un’eventuale e inattesa finale…
Non abbiamo fretta, l’appuntamento è previsto dopo un’ora e non abbiamo neanche più le camere dell’albergo, per cui ci cambiamo negli spogliatoi e ci godiamo il momento.
È bellissimo. Ci raduniamo nel grosso prato che funge da parcheggio e sovrasta il campo della semifinale. Il sole è ormai tramontato, sono circa le otto ed anche il vento si è placato: ha finito il suo lavoro. Il cielo si tinge di rosa, il panorama è ancora più dolce e comunica serenità. Dopo il clamore del giorno, la festa, la gente, la confusione, calma e silenzio.
Siamo rimasti solo noi in tutto l’impianto. Ventiquattro irriducibili al cospetto di ettari interi ricoperti da campi da calcio e poi ulivi e campi di grano. Siamo noi al centro di quell’universo, soli con la nostra felicità, senza nessun altro riferimento: è una sensazione appagante. Apro tutte le porte della macchina, baule compreso, accendo il quadro e infilo il CD della mattina. Freddy Mercury, Barcelona! A tutto volume, diventa un inno, un coro trionfale, che ci accompagna maestoso, mentre continuiamo per inerzia a scambiarci abbracci e segni di intesa.
È uno dei momenti più belli di tutto il viaggio, lo ricorderò per sempre.
Riprendiamo le macchine e ci dirigiamo verso Lloret de Mar per la premiazione; ormai è sera e c’è poco traffico, facciamo in fretta e arriviamo alla discoteca in corteo, strombazzando ogni tanto, per dare un tocco di becera inciviltà a quella festa che cominciava ad essere troppo romantica.
Arriviamo al locale insieme alle altre squadre; molte sono già partite, altre presenziano solo con una sparuta delegazione, perché chi non ha vinto il primo premio non ha motivo di festeggiare più di tanto. Noi, invece, siamo presenti al completo e ci sentiamo i veri protagonisti della scena. Siamo anche bellissimi, tutti in divisa, perché miracolosamente le magliette rosse della divisa “da riposo” ricompaiono addosso a ciascuno di noi come se fossero appena uscite dalla lavanderia; credo invece che abbiano una carica batterica da epidemia. Siamo in anticipo, in discoteca ci sono una cinquantina di persone, ma la musica è già alta, la pista è vuota, il palco della premiazione è pronto. Diventa un teatro, per dare sfogo alla nostra voglia di festeggiare. Ci siamo praticamente solo noi, gli altri diventano delle suppellettili invisibili che si mimetizzano coi divanetti del locale: cantiamo, balliamo, scattiamo foto ricordo e la musica del DJ aiuta ad alimentare la festa.
Poi comincia la cerimonia. Si alternano le premiazioni dei vari tornei, perché oltre al nostro si sono disputate anche competizioni di calcio a 5 per adulti e veterani, per cui le cerimonie sono quattro.
Arriva il nostro momento e il palco riesce a contenere a stento tutto il nostro gruppo: come nelle premiazioni dei campionati del mondo, tutta la squadra deve salire a prendere la coppa, non solo il capitano, per cui siamo tutti lì. La scenografia è quanto di meglio ci potessimo aspettare, ben di più rispetto al frugale palco imbandierato per le premiazioni giovanili. Le attrezzature della discoteca aiutano: luci, fumo e musica creano un effetto coinvolgente. Il presentatore annuncia il nostro torneo, premia i terzi, Kankarati di Cagliari; poi premia i secondi, Young Boys di Milano. Poi vediamo la nostra coppa, bella, lucida e alta.. la più alta di tutte.
Lo speaker tiene la coppa in mano e la abbassa verso la base del palco; almeno dieci mani si protendono verso di lei ondeggiando, come per creare un flusso magnetico che la teletrasporti al più presto nelle nostre braccia. Da dietro comincia un ululato che accompagna il proclama: “Ooooohhhhhhh”. La voce del microfono annuncia in inglese, ma con spiccato accento catalano: “Copa Penya Barcelonista two thousand and twelve, senior tournament: the winner is… Valsalice Alfieri Torino, Italy!”. In quel momento esplode alle nostre spalle una cascata di coriandoli argentati in mezzo al fumo sintetico che inonda il palco, il tutto colorato da fari che emettono luce blu, il colore delle nostre maglie. Parte la musica, ancora una volta i Queen.
“We are the champions – my friends
And we’ll keep on fighting – till the end –
We are the champions – We are the champions
No time for losers
Cause we are the champions – of the world”.
In quel momento ci sentiamo veramente i campioni del mondo, anche se siamo ventiquattro piciu, in una discoteca per ubriaconi della Costa Brava, che alzano un trofeo in latta smaltata prodotto a Taiwan. Ma questo non conta. Dentro di noi ci sentiamo veramente dei campioni, questo è il nostro gioco, questa la nostra avventura, questo il nostro sogno. È questo che conta.
Il sogno del bambino si avvera: siamo sul podio, abbiamo la coppa più grande in mano, la musica sfuma dai Queen all’inno di Mameli. Ascoltiamo l’inno perché qualcuno lo suona per noi, non si stratta della solita esecuzione “a cappella” che eseguiamo sul campo (il riferimento casualmente fallico è adeguato alla qualità delle nostre esecuzioni): fa tutto un altro effetto. Cantiamo Fratelli d’Italia tutti dritti sull’attenti, con la mano sul cuore, la coppa appoggiata davanti a noi. La regia cerca di tagliarci l’inno, sfumando la seconda strofa: sacrilegio! Noi l’inno lo vogliamo tutto, fino alla fine! Proseguiamo senza musica, solo con le nostre voci, mentre lo speaker ci saluta e ringrazia, ma noi rimaniamo lì sul palco, in fila a cantare, anzi ad urlare l’inno.
Ancora una volta “…siam pronti alla morte l’Italia chiamò. Sìììì….”. È l’urlo più gioioso che ci possa uscire dalla gola, non più un urlo di battaglia contro gli avversari francesi… è l’urlo di chi ha terminato quella battaglia e sa di averla vinta.

La premiazione è finita e parte la disco-dance. La maggior parte delle squadre se ne va e rimaniamo ancora una volta praticamente soli, mentre il DJ suona “I’ve got a feeling” che ci dice “Tonight is gonna be a good night”. Stanotte sarà una bella notte e quale migliore notte potrebbe essere in compagnia di quella coppa. È lei la donna che abbiamo desiderato, che abbiamo voluto, che avremmo pagato perché passasse la notte con noi, perché diventasse nostra per sempre.
Prendiamo questa bella ragazza dai fianchi sottili e ce la stringiamo a turno per farci fotografare in ogni posa, in gruppo, da soli, per terra, nel trenino, sul palco…
Si è fatto tardi, non abbiamo mangiato altro che qualche snack al bar del campo ed un giro di indigeribili hot dog prima di partire, ma abbiamo così tanta adrenalina in corpo che potremmo anche tornare in campo. È l’ultimo bagliore della stella che si sta spegnendo, è il nostro corpo che ci avverte che dopo basta: non ce n’è più.
Saliamo in macchina, ormai sono le dieci passate e ci mettiamo in viaggio verso Barcellona: ho avvisato l’albergo che ritardiamo e non ci sono problemi. In autostrada comunichiamo con le radio, ma i messaggi non sono altro che il reiterato cazzeggio dei giorni precedenti, condito però dalla dolcezza infinita di questo momento trionfale.
Arriviamo all’hotel, che è in una zona direzionale poco fuori città. Facciamo un po’ fatica a trovarlo e poi io ho un navigatore che mi tradisce facilmente: comincio ad avere un rapporto misogino con la voce femminile del mio TomTom e ad ogni indicazione quantomeno dubbia, la insulto bassamente. Ma pur essendo un po’ zoccola, quantomeno ci porta all’albergo. È mezzanotte passata, ma la voglia di scherzare non si è esaurita.
Vado al banco del check-in dove un gentile inserviente ci accoglie: raccogliamo i documenti. Gian sbianca: “Vagazzi, ho pevso il povtafoglio!”. Avete idea? Ci tocca tornare in Costa Brava a recuperarlo e chissà dove… Torniamo in macchina a cercare e lo troviamo sotto il sedile, ma, ovviamente, facciamo come se non ci fosse. “Peccato Gian. Dài, domani mattina ti prendi la macchina e lo vai a recuperare.” Si ma dove?
Scatta la fase due dello scherzo: spiego al portiere dell’albergo, diventato complice, la situazione e gli chiedo di fare una finta telefonata in spagnolo alla discoteca della premiazione. Su un foglietto scrivo di nascosto i dati di Gianluca: lui chiede se è stato trovato un documento, senza fare nomi, poi fa una pausa di qualche secondo, dopodiché finge di ripetere “Bueno, es un documento de Italia… Jovàni Luca Carnevvàle… Muy bien… Vale, es un cliente del nuestro hotel… Gracias… Buena noche!”. Bingo! Gian ci è cascato in pieno, è affranto dalla stanchezza e dall’idea di rifarsi duecento chilometri per la sua sbadatezza. Ovviamente tutti rimarcano il suo errore facendogli pesare il disagio che causa ai nostri programmi, salvo PJ, suo fedele scudiero che mai lo abbandonerebbe, anche se dovrebbe aver capito lo scherzo, e si offre per accompagnarlo con la sua macchina.
Ci dividiamo le camere, che sono dei bellissimi miniappartamenti con due stanze ciascuno, cucinetta e bagno, ben arredati ed eleganti. Ma siamo talmente stanchi che se fossimo all’Hilton Waldorf Astoria sarebbe esattamente la stessa cosa però… siamo a Barcellona, soli, senza impegni e siamo i campioni: vogliamo mica andare a dormire?
Giuro che raramente mi sono sentito così stanco.
Sono le due, siamo in piedi da diciotto ore nelle quali abbiamo condensato emozioni ed attività come se fossero state centottanta e, veramente, non sto in piedi. Ma il pensiero di completare la giornata con una passeggiata sulla Rambla è troppo forte, per cui partiamo ed in meno di un quarto d’ora siamo in Plaza Catalunya, dove lasciamo le auto non dopo aver imboccato un paio di sensi unici che ci sarebbero costati l’arresto immediato ed invece sortiscono solo gli avvertimenti scherzosi di qualche tassista notturno. In strada rimane qualche turista che tira tardi ed il peggio del mercato dell’intrattenimento. Purtroppo, a quell’ora si trova poco da mangiare, ma molto da fumare e sniffare, però noi abbiamo fame. Avremmo immaginato una cena da re, nel migliore dei locali, ma anche in una città dove il divertimento non si ferma mai, ad una certa ora si tira giù la serranda. In Plaza Real stanno addirittura smontando i dehors ed al massimo ci possono dare una birra, ma senza mangiare significherebbe morte istantanea. Così cerchiamo qualcosa da mettere sotto i denti e tutto quello che troviamo è un bar che offre pizza al taglio e maxi panini tostati e riempiti di formaggio fuso e pomodoro, a prezzi esorbitanti. Ma non importa, va bene quel pasto frugale consumato al cospetto dei netturbini che puliscono la strada, appoggiati ad un palo della luce: pagherei qualunque prezzo per avere una sedia!
Abbiamo fatto fede al nostro voto e possiamo tornare a casa. Ho le visioni: al posto dei marciapiedi vedo dei materassi, le auto parcheggiate sono dei cuscini di piume. Ancora una volta la zoccola del TomTom ci inganna, e di fronte ad una sibillina indicazione, riesco a sbagliare l’uscita della tangenziale. Ci perdiamo, ma dopo un po’ riusciamo a ritrovare la strada e a rientrare; un solo equipaggio si perde e riuscirà a ritornare in albergo solo dopo un’ora, grazie all’assistenza telefonica di MaxMura che col solo costo della chiamata in roaming avrebbe potuto ripagarsi una vacanza in Costa Brava per sé e fidanzata.
Finalmente siamo in camera, sono almeno le quattro. Caracolliamo verso il letto e sveniamo prima ancora di aver sentito la buonanotte di tutti: facciamo appena in tempo a ripercorrere i momenti di questa fantastica giornata, ma il ricordo si confonde col sogno.





