Emozioni shuffle (3/5)

Emozioni shuffle (3/5)

Buongiorno… e piove. Già svegliarsi alle 6 e un quarto in una camerata di letti a castello non è un gran cominciare, ma pure la pioggia no. Comunque, se devi partire, devi partire, e poi le gocce sono fitte e sottili e si può resistere.

Tornare a camminare è soprattutto un passaggio a un livello di sensazioni sopite: la rugiada addosso, l’alba che spunta nel bosco, il profumo di muschio impregnato d’umido e quel fantastico odore di busa di vacca che ci accompagna ovunque. È pura reminiscenza atavica.
Qui la campagna è vera e vergine, non violentata da edilizia irrispettosa o capannoni invadenti. Poi i pergolati di uva fragola davanti a ogni casa di pietra, un benvenuto romantico a ogni ospite.
Rivedo i posti del mio primo cammino, ne riconosco alcuni, in un misterioso recupero di sensazioni.

Dove avevo trovato la foto di un uomo disperso e cercato dai suoi cari, trovo l’immagine di una donna, Elsa Maldonado. Mi incuriosisco e cerco sul web. Aveva deciso di percorrere il cammino nel 2012, quando le fu diagnosticato un cancro. Nonostante i cicli di chemio, riuscì a partire nel 2013 e concluse tutto il percorso, oltre 800 km. Elsa è morta lo scorso anno e qualcuno ha ripercorso la sua strada lasciando foto di diversi attimi della sua vita appese alle tante croci che si trovano lungo il sentiero. Vestita da sposa, un compleanno, a tavola…

Guardo il luogo della sua morte. El Paso, Usa, al confine col Messico. Che combinazione, penso. Ieri sera davanti al camino un americano (una bella persona, pulita, un’anima gentile, spero di rivederlo e di dargli un nome in più oltre che “l’americano”) ci ha raccontato di un “cammino” molto particolare. Ogni anno dei pellegrini portano attraverso il deserto del sud Arizona i nomi incisi su una targhetta di persone morte durante il tentativo di entrare negli States. Una settimana di marcia a 40 grazi. All’arrivo li depositano sotto una croce. “They all cry, as they arrive”. Piangono. Liberano il dolore che provano per persone sconosciute.

Ora penso alla Elsa che ognuno porta nel suo cammino, qui a Santiago o nel cammino dell’esistenza. In silenzio, anche senza foto, ma ognuno ne porta una con sé. Anch’io ne porto una, ma non è cosa da Facebook.
Affondo allora i miei pensieri nella musica. Shuffle.
Affido al caso la scelta mentre trovo un’altra foto di Elsa su un’altra croce. Pranzo di nozze. Le cuffiette per caso mi regalano una favolosa canzone d’amore, tra le più belle che abbia mai ascoltato.

Eccola, ascoltatela perché oltre alle foto e alle parole, la musica racconta ancor di più. Il testo dice:

Per te non ci saranno più lacrime
Per te il sole splenderà
Perché sento che quando sono con te
va tutto bene, so che è giusto

E gli usignoli continuano a cantare
come se conoscessero il brano
e ti amo, ti amo,
ti amo come mai prima d’ora.
come mai prima d’ora.

È bellissima, un regalo preso a sorte dall’iPhone. Forse qui si accende per magia l’antenna parabolica della sensibilità; non credo sia questo posto, credo che sia questa esperienza. È il silenzio, il tempo dilatato che apre porte e finestre che teniamo chiuse troppo a lungo.

Mi piace guardare, osservare le cose e farci un gioco. Immaginare che siano connesse, che abbiano un significato, che portino un messaggio. Come se tirare i dadi sul tavolo del Monopoli insegnasse che Vicolo Stretto ci dà qualcosa di diverso da Parco della Vittoria. Forse è tutta suggestione, forse lì fuori è solo una serie di eventi fisici e meccanici che la nostra fantasia trasforma in una favola, inventata per tenerci compagnia e farci avere meno paura.
Forse è davvero solo un gioco, a cui partecipiamo per credere che verso quell’antenna arrivi qualche segnale. Houston, abbiamo un problema… e rimaniamo lì ad ascoltare nella speranza che qualcosa o qualcuno mandi un bip qualunque per toglierci dallo scoramento.

Un gioco. O forse no.

PS: questo post è stato scritto nel corso del mio secondo Cammino di Santiago, nell’Agosto del 2018.