In partenza per la Galizia (2/5)

In partenza per la Galizia (2/5)

Ci sono volte in cui le cose girano bene, diciamo… che ti va di gran culo. Ritardo dell’aereo a Caselle, 50 minuti, praticamente il tempo della coincidenza col volo per Santiago, che è quindi perso. Mi vedo già a Barcellona a mangiare gamberoni a spese dell’Iberia…

Chiedo alla hostess come fare una volta a terra; lei controlla l’app della compagnia e sorride. Siete fortunati – dice – il vostro aereo è in ritardo, il traffico della domenica… poi sgrana gli occhi e ride. Il vostro aereo non partirà finché non atterriamo, perché è questo aeromobile che è destinato a Santiago: non lo potete perdere. One in a million! Gran fortuna, perdere la coincidenza sarebbe stato un gran casino.

Invece siamo qui, accolti da questa Irlanda brumosa e verde che assomiglia alla Galizia. Pioviggina fitto e tira vento in mattinata, mentre l’autobus ci porta indietro verso Sarria, la nostra prima tappa. Cuffiette e De Gregori per tutti e due mentre si attraversa questo angolo di Spagna così simile a tanta Italia, ma così tristemente diverso. Così stranamente ordinato e pulito, con le aiuole delle strade curate e pure coi fiori. Con i netturbini che di notte scopano le strade insistendo fino all’ultima cicca infilata in un sanpietrino. Con i gestori di un ristorante che sorride al turista che gli chiede l’uso della toilette, anche senza consumare.

Lugo ci accoglie per una pausa del viaggio. Ritiriamo la credenziale (il passaporto del pellegrino) nella cattedrale, poi vaghiamo in cerca si un pasto. Ci sono tanti bellissimi locali e tante “pulperie” dove mangiare polipo bollito e birra ghiacciata. Il mercato mi attrae e, tra i oochi banchi aperti, troviamo pane casereccio e formaggio locale. Il cibo più povero mi regala sempre un’emozione forte, mi fa felice. Altro che gamberoni sulla Rambla: su quella panchina dei giardini ci sentiamo dei gran signori ad affettare tra indice e pollice pezzi di una specie di caciotta affumicata conica che col pane fresco è il miglior cibo del mondo. Almeno se hai cuore leggero e una persona cara con te.

Sono reminiscenze ancestrali, di vita contadina mai vissuta, ma presente nel nostro inconscio, come la serata a sorpresa trascorsa intorno al camino a sorseggiare liquore offerto dal nostro albergue, in compagnia di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Loro arrivano da lontano, hanno 500km nei piedi… e si vede dai segni che portano. Noi ci accontentiamo della terza media del cammino di fronte alla loro laurea, faremo “solo” 115 km, il 6 politico per validare la Compostela. Ma tant’è. Ci siamo, questo conta.

È notte e tutti dormono in camerata mentre scrivo questo diario. Domani cammineremo tutto il giorno, fin dalle prime luci. Già. Chissà come sarà domani, come Leo affronterà questa esperienza. Chiedo perdono ai miei tendini per le circa 209 partite giocate quest’anno dietro palle varie, non mollatemi adesso. Comunque ho ancora in testa le canzoni sentite in viaggio: “gli uccellini nel vento non si fanno mai male, hanno ali più grandi di me, e dall’alba al tramonto sino soli nel sole, buona notte, questa notte è per te…”

PS: questo post è stato scritto nel corso del mio secondo Cammino di Santiago, nell’Agosto del 2018.