1 – Leggero – Introduzione

1 – Leggero – Introduzione

Anche oggi c’è il vento, purtroppo. Purtroppo perché, quando si gioca, il vento non ci dovrebbe mai essere; adoro il vento che spazza il mare, le giornate di tramontana frizzante e di maestrale, ma sul campo il vento no, non ci può stare. Invece, anche oggi, il primo giorno della Copa Penya Barcelonista 2012 c’è il vento, come l’anno scorso in Belgio. In Belgio ci sta che ci sia il vento, ma in Spagna immaginavo un campo arido e polveroso, avvolto dalla canicola mediterranea. Invece, non è così. C’è il sole ed un campo stupendo, in erba morbida e compatta come non ti aspetteresti in un paese di mare, con l’atmosfera giusta per una partita di calcio esaltante; ma c’è il vento a guastare la perfezione di quel momento.

La prima partita del girone è stata sorteggiata contro una squadra francese, il Courdimanche. Lo sapevamo già prima di partire:  iniziare coi francesi non è il massimo. Sono calcisticamente tanto stronzi quanto lo sono nel loro modo di essere, spocchioso e nazionalista; poi, con noi italiani danno il massimo, specialmente in ambito sportivo. In più, c’è anche l’arbitro francese: siamo a posto, abbiamo pensato. E, come se non bastasse, nei minuti di riscaldamento prima della partita, un paio di bei cioccolatini muscolosi zampettano agili e veloci con la maglia dei transalpini, accanto a noi storti italiani, pingui e canuti: sappiamo che può essere una brutta storia star loro dietro in un campo grande come quello di Blanes. 

Elaboriamo la formazione: è un perfetto elaborato da “Manuale Cencelli”, in tradizionale stile Valsalf. Un po’ di gruppo storico – anzi di “cupola” – in campo, un po’ in panca, forze fresche per la ripresa, punti deboli ben gestiti. Però, questa non è una partita qualunque, è la prima partita del torneo che abbiamo atteso e sognato per un anno intero, è l’arrivo dell’evento della stagione. Il momento: dobbiamo fare bene.

Vista la nostra conclamata sterilità offensiva all’estero – due soli gol in due tornei, nei due anni precedenti, con dieci partite giocate – ci aspettavamo il solito italico zero a zero, giusto per rompere il ghiaccio. Invece, bisognava capirlo subito che questa non era una partita qualunque, perché nel primo tempo l’arbitro francese è riuscito a darci un rigore, a noi italiani, contro una squadra francese! E in più, il rigore l’abbiamo segnato. Come se non bastasse, l’ha tirato il Sikarinkia, che non è il rigorista della squadra, ma l’anno scorso in Belgio ha trovato il petrolio sotto il dischetto, dopo aver clamorosamente “zappato” un mal riuscito cucchiaio nella serie dei cinque rigori nella finale di consolazione. Deve riscattarsi dopo la figuraccia e lo fa con un rigore perfetto: palla da una parte e portiere dall’altra. Incredibile, siamo in vantaggio. Però c’è il vento.

Nell’intervallo il nostro capitano Gian, che si è sacrificato in panca, come al solito con grande generosità e spirito di gruppo, si è chiamato in campo: con lui possiamo pensare anche al raddoppio, magari in contropiede. E quasi ci riusciamo a chiudere la partita, perché Cece, il fratello di Gian, per poco non la buttava dentro: sarebbe bello, ma anche facile, e il nostro cammino deve essere molto più ripido  e tortuoso. Ma, soprattutto, ispirato dal vento.

A metà tempo, c’è un rimpallo in area su un contrasto: “è fuori nostro”, diciamo dalla panchina, è chiaro. Invece l’arbitro concede il corner e, caso strano per la massa di bestie che siamo, nessuno protesta: è un segno del destino. I francesi battono, la parabola è lenta, ma arcuata; Fufu, il nostro portiere, rimane ipnotizzato a guardarla, manco fosse la Cappella Sistina. 

Ma c’è il vento ed è arrivato il momento in cui il destino deve essere scritto. Gian, in uno slancio di generosità si proietta in area, rincorrendo un avversario; partito dal limite, supera il dischetto, e in due falcate arriva nei pressi dell’area di porta. La palla ormai ha disegnato per aria una traiettoria strana, quasi ipnotizzante: se cerco di ricordarla, quell’attimo nella mia memoria dura un’eternità. Il vento sposta la palla, forse troppo verso la nostra porta, ma Gian non si ferma, corre veloce e stacca coordinato e determinato: è un attaccante e sa saltare di testa. Ma quella non è la porta avversaria, è la nostra, ed il vento porta la palla proprio sulla fronte piena del nostro capitano che con un perfetto “terzo tempo “ insacca la sfera gelando tutti. Fufu lo guarda impietrito e riesce solo a pronunciare sommessamente: “Gian, ma che cazzo fai….”. In panchina si ode un gemito di gruppo, una specie di conato: hai visto, dovevamo prendercelo così il gollonzo… 

Poi qualcuno ricorda la sera prima, quando il capitano aveva promesso “Vagazzi, se faccio gol festeggiamo con i bivilli del bowling: vi mettete in fila e io faccio finta di tivave la palla, poi voi cadete tutti all’indietvo!”. Bravo, lui. Sergione ha l’illuminazione giusta: “Gian… I birilli!!!”. Come se si trattasse di una scena di teatro, provata e riprovata, Gian corre verso la panchina, tutti si mettono in fila e sotto lo sguardo sconcertato degli avversari celebriamo il più bell’autogol della nostra storia: una perfetta e sincronizzata caduta di birilli umani, con tanto di abbraccio finale al capitano.

C’è il vento, appunto. E forse, spostando qualche nuvola, ha spinto qualcuno da lassù a sbirciare la partita: non può finire così, avrà pensato. Questa storia deve iniziare da qui, da quella parabola spostata dal vento, finita sulla zucca di Gianluca e celebrata con la perfetta scenetta dei birilli. È l’inizio della nostra fantastica e indimenticabile avventura.