
Anche se queste righe finiranno in mano a poco più dei venticinque lettori del Manzoni (giusto giusto i partecipanti al viaggio e qualche intimo), vale la pena di spiegare cosa è il Valsalice Alfieri, per comodità di cronaca spesso ricordato come il Valsalf.
La storia dei gloriosi club calcistici ha spesso origini romantiche, con nomi inglesi che riportano al cavalleresco mondo del cricket e del rugby. Noi, invece, eravamo molto più semplicemente un gruppo di compagni di scuola del Liceo Classico Alfieri, con molta più passione per il pallone che per il latino e il greco. Nel 1981 venne disputata sul campo del Liceo Valsalice la prima partita dell’allora “Alfieri”, con qualcuno degli attuali membri della cupola: Gianluca Carnevale detto Gian o “Il Magnifico”, Mauro Giammarino, detto “Iamma” o molto più semplicemente “Iammammèrda”, Giovanni Rossi detto “Giovacca” e Alessandro Cignetti detto “Cigno” o “Cinghia”, forse più diminutivo di cinghiale che riferimento alla cintura dei pantaloni.
Da allora l’Alfieri aveva disputato qualche torneo universitario, vincendo anche qualche titolo in partite ormai ricordate con nostalgie e raccontate come le gesta eroiche dei combattenti delle grandi guerre, con storie e aneddoti che qualcuno avrà sentito narrare decine di volte. In questo, comincio a capire quelli che da ragazzo consideravo vecchi.
Nel 1986 il gruppo aveva avuto un’organizzazione più articolata, grazie all’intervento di uno sponsor (primo e unico della nostra storia, eccetto una gelateria che negli anni ’90 ci offrì un gioco di maglie) ed al volontariato di Guido Enrico, manager e allenatore, ricordato per la brillante preparazione atletica basata sull’esercizio del “passo del cosacco” e sulla sostanziale tendenza ad invertire i ruoli naturali di tutti i membri della squadra. In quegli anni si decise di iscrivere la squadra al CSI, federazione sportiva di estrazione cattolica che organizzava campionati amatoriali un po’ più seri dei tornei che eravamo abituati a giocare nei primi anni. Ricordo situazioni in cui la famosa partita di Fantozzi e Calboni nel fango era la perfetta descrizione di quello che poteva essere una delle nostre partite giocate in fredde e umide domeniche invernali.
Comunque, il CSI, che pretendeva una regolare iscrizione, ci chiese il nome della squadra, che era, appunto, Alfieri. Ma nel depositare l’iscrizione scoprimmo che, affiliando la squadra ad un altro gruppo sportivo già iscritto, si poteva avere uno sconto sull’iscrizione: la gàbola la trovò Gian, allora allenatore dei ragazzi dell’oratorio Valsalice iscritti al CSI. “Noi siamo il Valsalice-Alfieri”.
Diavolo di un avvocato che non era ancora!
Tornavamo col nome al campo della prima storica partita, ma non per celebrare romanticamente le nostre origini, bensì per risparmiare forse cinquantamila lire di allora. Ma così andarono le cose e da allora il nostro nome rimase tale. Valsalice Alfieri.
Parliamo come ridere di venticinque anni fa: sembrano pochi, ma è lo stesso lasso temporale che separava nel ’70 chi parlava della seconda guerra mondiale. In un certo senso già storia e, soprattutto, più di metà degli anni della nostra vita. In questi venticinque anni abbiamo costantemente frequentato le classifiche del campionato CSI con alterne vicende e, a onor del vero, più successi che delusioni. Questo bilancio deriva sicuramente dal fatto che abbiamo nel tempo commisurato le nostre aspettative alle nostre possibilità: così ricordo almeno cinque o sei salvezze raggiunte all’ultima giornata, godute come vittorie di un campionato. Vittorie che sono arrivate, con due primi posti e una promozione, a cui è sempre seguita una memorabile festa in qualche bettola o agriturismo; e anche quando abbiamo assaporato l’onta di una retrocessione, c’è sempre stata l’occasione per festeggiare insieme. Così, tanto per dimenticare.
Col passare degli anni e la nascita delle relative con famiglie, col gruppo di bambini che cresceva di anno in anno, si poteva pensare che la squadra si sarebbe persa, come spesso accade ai gruppi di questo tipo. Ma il Valsalf ha seguito un cammino inverso. Avendo sempre puntato alla creazione di un gruppo di amici, prima che di calciatori, con l’intento di aggregare persone affini per valori e modo di vivere, prima ancora che per capacità agonistiche, alla fine il gruppo è cresciuto anziché assottigliarsi. Al campo, oltre ai sempre più canuti e panzuti calciatori, si sono aggregate con sempre maggior frequenza mogli, bambini, amici e supporters di vario genere, giusto per condividere la compagnia degli amici.
Poi nel 2010 ricevetti una proposta da parte di una squadra di veterani di partecipare ad un torneo all’estero. Il progetto sfumò, ma chiesi informazioni sulla fonte di quella proposta. Mi si aprì la porta di un nuovo mondo che non conoscevo: i tornei all’estero dei veterani. Fu così che ci iscrivemmo per la Moldava Cup, torneo europeo per veterani over 35 che si tiene ogni anno a Praga, città famosa per la bellezza dei suoi campi da calcio in erba e per le sue Limousine! Divenne la prima delle eccezionali avventure che ci portarono al torneo di Barcellona, passando per Bruges e Padova.





