
Barcellona ci accoglie con un caldo sole primaverile ed i colori tiepidi del tardo pomeriggio.
Noleggiate le macchine, si parte per il trasferimento: gli equipaggi si formano anche in base alle passate spedizioni perché, come in campo, ci sono automatismi che vanno salvaguardati; inoltre, l’assuefazione alla vicendevole flatulenza è un elemento da non trascurare. Tutti siamo collegati con una ricetrasmittente, perché siamo una banda di cazzari, ma almeno ben organizzati, per cui nulla viene lasciato al caso. Il problema è che le ricetrasmittenti dovrebbero servire per comunicare tra le auto del gruppo al fine di non perdersi nel traffico di strade sconosciute. In realtà servono a tutto, tranne che a quello: normalmente diventano il mezzo per lanciare strali e sfottò agli altri equipaggi, per diffondere via etere rutti, insulti, pensieri di bassa lega, la quintessenza della misoginia e della misantropia e quant’altro passa per la testa dell’imbecille che in quel momento impugna la radio. Ma se ci si perde, la radio non la si usa.
E infatti ci perdiamo.
Porto sempre il TomTom in questi viaggi, perché almeno l’auto capofila non rischi di prendere la direzione sbagliata trascinando con sé tutti gli altri. Ma se il TomTom si adegua allo spirito anarchico del gruppo, allora è un gran casino. Il mio, quindi, decide che dobbiamo fare per forza la strada più assurda: attraversare il centro di Barcellona in auto a las cinco de la tarde, con un traffico fantozzianamente mostruoso. Dopo pochi minuti, ovviamente, ci siamo persi, le radio gracchiano solo e non comunicano più, ognuno va per la sua strada; quantomeno ci godiamo il giro turistico della città, attraversandola da parte a parte. Mi sporgo dal finestrino e aggancio un motociclista: “Descùlpe, noio… vuleròn savuàr… onde està l’autopista para Llorèt de Mar….”. Eccoci qui, Totò e Peppino in Costa Brava: il morale è alto, le risate si sprecano e la voce femminile del TomTom che protesta continuamente indicandoci strade alternative viene presa a bersaglio dai peggiori commenti maschilisti.
La calda luce del tramonto che illumina il paesaggio dalle nostre spalle ci accompagna verso la Costa Brava; siamo in ritardo rispetto all’avanguardia del gruppo che, capitanata da Cubo e dal suo navigatore sapiente (e con voce maschile), ci anticipa al check-in dell’organizzazione sportiva, situata in un modernissimo palazzetto dello sport e vicina ai campi di gioco. Già solo dalle strutture, si capisce che questo è un torneo serio.
Il gruppo si raduna davanti all’albergo, il prestigioso Grand Hotel Don Juan **** di Lloret de Mar. A proposito dell’albergo, per definirlo prendo a prestito uno dei commenti di Tripadvisor letti prima della partenza: “Un casermone pieno zeppo di adolescenti urlanti e starnazzanti, più che altro tedeschi e alcoolizzati! Le camere minuscole e pulite “per finta”. Sul capitolo cibo stendo un velo pietoso! Penso al cibo per cani, e a confronto mi lecco i baffi… spero di aver reso l’idea!”. Mancano solo riferimenti a droga e tratta delle bianche ed il quadro sarebbe perfetto.
Effettivamente si tratta di un casermone lurido, arredato con pessimo gusto, mal tenuto e mal pulito, ma probabilmente dal costo molto basso, vista la gran quantità di pensionati che vi svernano investendo il loro magro vitalizio, e di turisti dell’Est che nulla hanno a che fare con i facoltosi mafiosi moscoviti della Costa Azzurra. Gli eserciti, però, alloggiano negli accampamenti, mica nei resort da fighetti: noi siamo un esercito e ben ci adattiamo alla situazione, anzi. L’arredo delle camere viene subito adattato alle esigenze e nel corridoio nasce il centro di smistamento: a te serve un materasso, io ti do un cuscino e una rete sfondata, il comodino lo mettiamo qual vicino all’ascensore, tanto si abbina al posacenere del piano di sotto…
La vista delle camere è incantevole, sulla scala antincendio dell’albergo di fronte e direttamente sulle stanze attigue. È un messaggio di promiscuità che ti fa capire la tristezza del luogo, dove privacy, rispetto, qualità sono concetti che manco si sa cosa siano, e questo non fa altro che attirare turisti dediti a soddisfare le proprie aspettative di divertimento attraverso alcol, droga e sesso, ammesso che arrivino ancora coscienti in camera.
Ho visto al ritorno dal viaggio, per caso, un documentario televisivo girato proprio a Llorèt, veramente agghiacciante, che raccontava come gruppi di giovani e adolescenti nordeuropei vivono i momenti di evasione dai loro tristi paesi d’origine imbiavandosi di superalcolici e droghe assortite e contribuendo alla devastazione del loro già disidratato cervello. Anche noi arrivavamo dal torneo del triste Belgio ed anche noi aspiriamo ad avere un tocco di brio dal sole catalano e dalla movida spagnola, ma questo stile di vita non ci si addice. Diciamo che può fare da contorno alla vacanza per contribuire a creare la sensazione di avventura, niente di più. Sesso, alcool, droga, sono i tabù che vengono sbandierati in ogni discorso, in ogni battuta che nasce all’interno del “cazzeggio dialettico” che si crea in un gruppo come il nostro; ma è solo un esorcismo collettivo di questi tabù, nulla di più. Non ho visto nessun compagno di squadra bere oltre il limite, al punto da poterlo definire ubriaco. Forse un paio di noi fumano qualche sigaretta ogni tanto, figuriamoci farsi una canna o peggio ancora sputtanarsi il cervello con qualche altra sostanza stupefacente.
Quanto al sesso, penso – e spero – che tutti pratichino in abbondanza, ma è tecnicamente impossibile agganciare una ragazza nelle condizioni in cui ci troviamo. Le mogli e fidanzate ne abbiano consapevolezza una volta per tutte: ai tornei non si cucca, a meno di essere Mandrake! Tutti marcano tutti, come se ci fossero in campo ventiquattro stopper, e se anche la più disponibile e intraprendente delle donnine a pagamento che popolano locali e birrerie si avvicina ad uno di noi, sono pronti telefonini, microfoni e telecamere a riprendere la scena per avere materiale con cui ricattare il malcapitato. Si tratta solo ed esclusivamente di una recita a soggetto: i trasgressivi, i cucconi, gli spietati, i vissuti, gli intraprendenti, ma con attori che non conoscono la parte perché non l’hanno mai studiata.
Su questo argomento va raccontato un aneddoto, perché merita. Purtroppo il materiale video a supporto dell’accaduto mi è stato cancellato da qualche merdaccia che si è impossessata del mio telefonino per eliminare le tracce di un incontro che avrebbe potuto metterlo in imbarazzo con la moglie gelosa. In realtà, non c’era nulla di male e di cui ci si dovesse vergognare, ma il comportamento del genere umano è quanto di più imprevedibile. Quindi, scrivo senza censura il fatto che segue, non senza un sottile spirito di rivalsa nei confronti del censore di cui non ho mai saputo l’identità.
Fatta la doccia e vestita la divisa di gala partiamo verso il ristorante della cena “ufficiale”, quella in cui si inaugura la vacanza. Mentre attraversiamo la città a piedi, ovviamente, attiriamo l’attenzione di tutti i “butta dentro” di locali e ristoranti che ambiscono ai nostri ventiquattro coperti. A proposito di “buttare dentro”, il piccante parallelismo viene spontaneo, visto il fatto che siamo tutti maschi, per cui è ovvio che veniamo abbordati dai P.R. delle discoteche, comprese quelle ad alto contenuto… erotico. Così ci ferma un personaggio da film, impomatato e griffato, che veste a fine maggio un piumino scintillante e che parla perfettamente italiano con un perfetto accento rumeno: Dodo. Il suo vocabolario è completo e forbito nell’illustrazione dei suoi prodotti in vendita: “Ragazzi, venite in mia discoteca, belìsima, dòne belìsime, giovani, carine, simpatiche…”. Qui comincia a sciorinare come un disco incantato le caratteristiche tecniche che probabilmente la sua esperienza in marketing gli ha consigliato di evidenziare: “Grandi tète, cùli sodi, mooolto porche, vi fàno impazìre, e abiamo anche dòne pelose, rasàte…”. Rasate?!?. Non ce la faccio più, scoppio a ridere mentre lo filmo col telefonino, ma l’imbarazzo di tutti è palpabile, perché, inutile negarlo, non è normale trovare un imbonitore di popolo che nel giro di trenta secondi al massimo passa dal più sciolto degli abbordaggi alla proposta di quanto più bieco e corrotto possa albergare nell’animo di un uomo.
È triste pensare al fenomeno, ma non siamo lì a fare sociologia, semplicemente adottiamo Dodo nell’immaginario del gruppo come idolo della trasgressione, come nostro Caronte nel mondo dell’evasione e rendiamo le due sillabe che compongono il suo nome il testo di un canto propiziatorio, sulla musica dell’inno dei Mondiali del 2006. Una musica che diventerà, in seguito, la colonna sonora della vacanza.
All’urlo di “Do-do, Do-do, Do-do…” ci muoviamo verso il ristorante: sono le dieci di sera, l’orario perfetto per andare a mangiare in Spagna. All’indomani si gioca la prima partita del torneo, ma la notte è ancora lunga. Vamos!




