
È domenica, il giorno delle finali. Ci svegliamo alla spicciolata, con il solito urlo di Matteo che reclama a squarciagola un po’ di gel da parte di Sergione. Ormai è un classico e siccome Sir Stanley sa che lui patisce, affonda il coltello nella piaga.
In sala colazioni si fa il resoconto della nottata, la seconda fuori casa. Qualcuno accumula i chupitos vari in evidenti borse sotto gli occhi, così ben rifinite che ci manca solo il marchio Louis Vuitton. Matteo è in forma e ci racconta della seconda parte della nottata: pare che un drappello d’irriducibili sia finito in un locale infimo, popolato da strani personaggi. Il suo racconto è infarcito da un boccaccesco aneddoto ambientato nella toilette, che ha visto protagonista il nostro mitico PJ: niente, però, che lo coinvolga direttamente in particolari imprese. Si tratta del triste spettacolo al quale il nostro eroe ha assistito, suo malgrado, ce he viene girato a suo svantaggio, facendolo diventare protagonista di un’orrida e fantasiosa storia da cinema hard di periferia.
PJ è il nostro mascottone-non giocatore, con i suoi quasi due metri di bontà paciosa. “Pigio” vive il torneo annuale all’estero con trepidazione: lavorando a Milano, da solo, patisce la lontananza da casa e dagli amici e carica di aspettative gioiose questo weekend lungo che ci regaliamo ogni anno. È guardalinee fisso ed ha anche un abbigliamento fisso: occhiale da sole, pantaloncino e impermeabile che lo fa sembrare uno stupratore da fotoromanzo. Si ostina a non bere altro che Coca-Cola: peccato che praticamente non ci riesca mai.
Lo scherzo è quello di fargli ordinare la sua bevanda e, quando arrivano le ordinazioni, piombare sul suo bicchiere e berne il contenuto tutto di un fiato; lui ne ordina un’altra e lo scherzo si ripete. Abbiamo addirittura corrotto delle cameriere per farci passare in anticipo la sua Coca per sucargli il contenuto con divertita avidità. Il poveretto, se mai riesce a impossessarsi del suo bicchiere, è obbligato a tenerlo in mano o in braccio per tutta la cena, perché se non lo fa gli viene immediatamente sottratto e svuotato, tra le risa di tutta la banda. Se si ribella, parte immediato il coro a lui dedicato, sulle note della Marsigliese: “PJ, chi cazzo sei? PJ chi cazzo sei? PJ, PJ, PJ chi cazzo sei… etc” È un “must” di tutte le serate e non possiamo esimerci dal cantarla: come se De Gregori non facesse Generale ad un suo concerto.
La mattinata a disposizione è lunga, perché la semifinale è prevista per le 16. Qualcuno va in spiaggia, altri a passeggiare in paese, qualcun altro va a messa. Chi va in chiesa, trova la grazia del Signore ad accompagnare la nostra giornata; chi è invece andato in spiaggia, pare abbia incontrato la grazia di un paio di chiappe al sole, attraversate da un tanga brasiliano costituito praticamente solo da un filo interdentale, che pare abbia causato un rimescolamento ormonale in molti di noi: ho documentazione fotografica inviatami a supporto che comprova quanto racconto.
Il grosso del gruppo scorrazza per le viuzze del paese di Lloret: la giornata è fantastica, calda e leggermente ventilata, e c’è una luce pazzesca. Comincio a respirare un’aria diversa, anche il vento del giorno prima è cambiato.
Ho dei buoni presentimenti.
Nel cazzeggio generale decido di farmi tatuare con l’hennè sul polpaccio destro: voglio il simbolo del segno zodiacale del leone, è un atto scaramantico che spero ci porti fortuna, ma soprattutto grinta e determinazione per le finali. In realtà, sotto il parastinco il leone si stingerà a causa del sudore, trasformandosi in una seppia che scappa, schizzando inchiostro lungo tutto il mio polpaccio! Ora la seppia è il mio nuovo animale portafortuna…
Più che calciatori, siamo turisti: ci godiamo la bella giornata in un dehors della piazzetta principale, pranzando con degli impensabili paninazzi al tonno da almeno 35 centimetri di lunghezza. La vera dieta dello sportivo! In albergo c’è il raduno e si comincia ad entrare in atmosfera da gara: tutto fila liscio, si respira l’aria giusta, tutti hanno la divisa e si caricano a vicenda. C’è concentrazione e determinazione: continuo ad avere dei buoni presentimenti.
Saliamo in macchina e qui scatta il piano “Scaramanzia 2”: bisogna cambiare qualcosa! Cerco fra i CD che ho messo nello zaino e trovo quello che serve, la giusta colonna sonora per questo viaggio: Barcelona di Freddie Mercury e Monserrat Caballet, opera lirico-rock scritta in occasione delle Olimpiadi del 1992. È un’opera che mi fa impazzire, che ha la capacità di esaltare e contemporaneamente di far sognare in grande: è la musica giusta. Mi scuso coi compagni, ma va sentita a palla, almeno per qualche momento: il testo è cantato in inglese e in spagnolo a strofe alternate, ma tradotto in italiano significa:
“Barcellona Barcellona Barcellona Barcellona
Evviva!
Ho fatto questo sogno meraviglioso.
Un sogno mi avvolge. Questo sogno eravamo io e te.
Talvolta resta qui. Voglio che tutto il mondo capisca.
Un istinto mi guidava. Una sensazione di meraviglia.
Mia guida ed ispirazione.
Adesso il mio sogno si sta lentamente avverando”
Non è un testo casuale, è una premonizione.
Sento qualcosa dentro, ma non ne parlo con nessuno, guai… Sarà una grande giornata. Quando arriviamo all’incrocio che porta ai campi di gioco scatta il piano “Scaramanzia 3”: vado fino alla rotonda e giro come si deve, per cui faccio fiducioso quei mille metri in più, perché bisogna cambiare rispetto a ieri. Passiamo così davanti al surfista-steward che ci saluta con un cinque battuto dal finestrino: amico, te l’avevo detto che oggi sarei passato dal posto giusto!
Arriviamo al campo ed entriamo subito negli spogliatoi per cambiarci: tutti in divisa, maglia rossa e pantaloncini rossi, la tenuta speciale per i tornei all’estero.
Furie rosse. Avevo pensato di tenere quella divisa per la domenica, per le eventuali finali, perché nei due anni precedenti aveva portato bene: piano “Scaramanzia 4”.
Si decide la formazione per affrontare ancora una volta i francesi del Courdimanche: la sorte ha voluto che si possa vendicare la sconfitta della prima partita, quella dell’autogol di Gianluca, quella del din-don… Studiamo addirittura una mossa tattica: Fabrizio farà lo stopper e Max Mura andrà ancora in marcatura sul folletto di colore, perché è l’unico che abbia fiato e gamba veloce per stare dietro a quella saetta nera.
Ci scaldiamo con cura, bacchettati dall’arbitro che vuole controllare la distinta dei giocatori e vigila su ogni cosa: è ancora un francese. Ma, peggio ancora, c’è la terna, con tanto di supervisore esterno: ma che cazzo ci fanno quattro arbitri francesi in un torneo spagnolo, ci chiediamo? Stanno facendo uno stage e quello è il loro esame. Fan-tas-ti-co! Non ne faranno passare una.
Ma non importa, siamo carichi come molle. Chi è chiamato a scendere in campo è concentrato, vedo gli occhi della tigre in ognuno di noi, e anche chi sta fuori sprona i compagni e fa coraggio. Siamo una squadra.
Ormai è ora di andare in campo, è arrivato il momento: tra noi e la finale ci sono cinquanta minuti di lotta e sofferenza, ma è la giornata giusta. Anche il vento ha cambiato direzione.




