12 – Leggero – Pokoto sa! Pokoto sa!

12 – Leggero – Pokoto sa! Pokoto sa!

Non c’è cosa più esaltante in un torneo che arrivare a giocarsi le finali, rimanendo in gara fino all’ultimo. Andare a casa prima significa interrompere il sogno in anticipo, vivere a metà l’adrenalina del torneo: è come andare a Roma senza vedere il Papa. Noi, questa volta, la gita in Vaticano ce la siamo conquistata. Con quale merito è meglio che non stiamo a discuterlo troppo: due sconfitte, una vittoria sul campo e una partita annullata, trasformate in tre vittorie a tavolino, sufficienti a qualificarci per le finali. Non proprio un’impresa epica. Come andare a Roma e vedere il Papa perché l’autobus che ti dà un passaggio quando hai bucato una gomma a Barberino del Mugello, perdendo ogni speranza, è quello di una comitiva di suore che va in pellegrinaggio a San Pietro. 

Quando ti capita un’occasione così, capisci che non stai vivendo un’esperienza qualunque: possiamo giocare le finali, essere tra le quattro che si disputano il torneo che tanto abbiamo aspettato. A Blanes Tordera ci sono almeno cinquanta squadre, ma solo dodici arrivano a giocare di domenica: non ci sono ripescaggi, chi è fuori va in spiaggia a prendere il sole.

È ovvio che la sera dopo una giornata così piena di emozioni, diventa un’altra occasione di festa. Cerchiamo un altro ristorante dove celebrare l’evento e non si può andare in Spagna senza gustare una paella; prenoto quindi un locale nel centro storico, rinomato per la sua paella, ma soprattutto perché è l’unico che risponde alla nostra chiamata proponendoci un menù di gruppo. “Paella para todos”, facile no? Concordiamo il prezzo e subito riempiamo il secondo piano del locale, con due tavolate parallele tra le quali discorriamo a voce alta, come se fossimo seduti tutti vicini: in breve diventiamo l’attrazione dei pochi altri commensali che ci guardano incuriositi, visto il casino crescente.

La sangria collabora a carburare gli animi; inoltre, siamo a digiuno ed abbiamo una fame da lupi. Quando si tratta di ordinare, Diego prende in mano la situazione e gestisce le comande: lo sfoggio di abilità linguistica, però, contagia tutti, che cominciano ad ordinare piatti in base alle proprie conoscenze di lingua spagnola anziché in base alla fame. “Paella de pescàdo… de pòiio… de marìscos para mi, senora… valenciana… castillana… ben cocida… daje te tacco, daje de punta…” è un gran casino. Ad un certo punto parte il contagio degli antipasti: “Una plancia de Jamòn, por favor….” e qui si illumina l’occhio dell’oste dal canino acuminato. 

Va saputo che in Spagna il prosciutto può essere considerato un bene di lusso, vista l’esistenza del famoso Patanegra, fatto con una particolare razza di suini dalla zampa nera, per l’appunto: ha una carne asciutta e aromatica, simile al prosciutto di Norcia, che però costa la metà, forse anche meno. Il Patanegra costa anche cento, centoventi euro al chilo, ma il profano non lo sa distinguere da un comune Serrano iberico, fatto con maiali a zampa bianca, o da un semplice “Prosciutto nostrano Osteria” che si trova al banco dei supermercati italiani a 15 euro il chilo, buono per i panini dei muratori. Per cui il giochino del ristorante per turisti è fatto: sono sicuro che ti vendono il prosciutto Osteria di importazione, salvo fartelo pagare come Patanegra: ai turisti – specialmente quelli del nord Europa – puoi rifilare qualsiasi schifezza, tanto loro pensano solo a bere. E in più arrivano olive, queso iberico, chorizos e chi più ne ha più ne metta: c’è veramente atmosfera di festa e ci godiamo la bella compagnia, oltre al dolce pensiero di giocare le finali.

Dopo un’abbondante mezzora di attesa arrivano le paelle e sono veramente all’altezza della situazione, fatte sul momento e ben gustose: ci assaporiamo la cena mentre i cadaveri vuoti delle caraffe di sangria e dei boccali di cerveza riempiono i due tavoli. Parte quindi la solita raffica di barzellette.

Appena placata la fame, qualcuno chiama casa per fare due parole con mogli e figli: è d’obbligo, a ogni telefonata, una voce fuori campo che urla vicino al malcapitato con voce in falsetto e accento dell’est: “Ammòre tu deve pagàre prima di lasiare me sola…”. Tra questi noto Lukered che si apparta e si dilunga in un’intensa chiacchierata con la moglie Antonella; conta anche sulle dita della mano, ripete qualcosa, poi ascolta, poi ripete una tiritera e riascolta, ma nella bolgia generale il comportamento anomalo di chicchessia non si nota più. Il livello di normalità si abbassa notevolmente in questi frangenti e non fai più caso alle stranezze dell’uno o dell’altro: si passa ad una dimensione di spontaneità e di tolleranza reciproca per cui vale tutto, compreso il fatto che talvolta, celata dietro la spontaneità, c’è invece una perfetta recita a soggetto, mirata a costruire qualche tremendo scherzo.

Luca ad un certo punto prende la parola per raccontare la sua barzelletta e lo fa con una tale solennità che presto nella sala cala il silenzio, con grande sollievo delle due coppie che si sono aggiunte ai tavoli limitrofi. 

Comincia a raccontare: “Conoscete la storia di Pokoto? Primo giorno di scuola, in una scuola Americana, la maestra Mary presenta alla classe un nuovo compagno arrivato in USA da pochi giorni: Pokoto Suzuki, figlio di un alto dirigente della Sony. 
Inizia la lezione e la maestra dice alla classe: “Adesso facciamo una prova di cultura. Vediamo se conoscete bene la storia americana.Chi disse: Datemi la libertà o datemi la morte?”. La classe tace, ma Pokoto alza la mano gridando “Pokoto sa, Pokoto sa”. “Davvero lo sai, Suzuki? Allora dillo tu ai tuoi compagni!”. “Fu Patrick Henry nel 1775 a Philadelphia!”. “Molto bene, bravo Pokoto!”.
“E chi disse: Il governo è il popolo, il popolo non deve scomparire nel nulla?” 
Di nuovo Pokoto in piedi: “Pokoto sa: Abraham Lincoln nel 1863 a Washington!”. 
La maestra, stupita, allora si rivolge alla classe: “Ragazzi, vergognatevi, Pokoto è giapponese, è appena arrivato nel nostro paese e conosce meglio la nostra storia di voi che ci siete nati!”.
Si sente una voce bassa bassa: “Vaffanculo a ‘sti bastardi giapponesi!!!”. “Chi l’ha detto!?” chiede indispettita la maestra.  
Pokoto alza la mano e, senza attendere, risponde: “Pokoto sa. Il generale Mac Arthur nel 1942 presso il Canale di Panama e Lee Iacocca nel 1982 alla riunione del Consiglio di Amministrazione della General Motors a Detroit.”. 
La classe ammutolisce, ma si sente una voce dal fondo dire: “Mi viene da vomitare!”. “Voglio sapere chi è stato a dire questo!!” urla la maestra e Pokoto risponde al volo: “ Pokoto sa. George Bush Senior rivolgendosi al Primo ministro Giapponese Tanaka durante il pranzo in suo onore nella residenza imperiale a Tokyo nel 1991.”
Uno dei ragazzi allora si alza ed esclama scazzato:  “E succhiamelo!”. “Adesso basta! Chi è stato a dire questo?” urla rossa in volto la maestra. Pokoto risponde imperterrito: “Pokoto sa. Bill Clinton a Monica Lewinsky nel 1997, a Washington, nello studio ovale della Casa Bianca.”
Un altro ragazzo si alza e urla: “‘sto Pokoto Suzuki del cazzo!”. 
E il giapponesino: “Pokoto sa. Valentino Rossi rivolgendosi a Ryo al Gran Premio del Sudafrica nel Febbraio 2005”.
Si sentono urla di fastidio e disappunto, qualcuno si alza, qualcuno cerca di uscire dalla classe. All’improvviso si spalanca la porta ed entra il preside: “Cazzo, non ho mai visto un casino simile!”. E in risposta: “Pokoto sa. Silvio Berlusconi, luglio 2008, nella sua villa Certosa in Sardegna”. 
La classe esplode in urla di isteria, la maestra Mary comincia a strapparsi i vestiti di dosso in preda ad una crisi di nervi. Il preside interviene gelido rivolto all’insegnante: “Ma che cazzo combini?!?” 
E dal solito banco: “Pokoto sa. Pokoto sa. Fufu a Gianluca Carnevale, Blanes Tordera, 26 maggio 2012”.

Standing ovation. 

Non ho mai riso così tanto per una barzelletta, raccontata peraltro in modo perfetto: il ripasso telefonico ha avuto il suo effetto, chissà quanto sarà costata in roaming la storiella!

Arriva il conto e il profumo del Jamon Ibèrico si trasforma in un brivido che corre sulla nostra schiena e finisce lì, in mezzo alle nostre chiappe, con grande soddisfazione dell’oste che ha mantenuto l’impegno preso sulla “convenzione Paella”, salvo poi sodomizzarci ferocemente con gli antipasti. Ma chi se ne frega, integriamo con la cassa comune e i conti tornano.

La cassa comune del Valsalf in trasferta sarebbe il sogno di Mario Monti per risanare i bilanci nazionali. È un artificio finanziario gestito dalla cupola (come in Italia, no?) in cui solo pochi adepti hanno acceso alla contabilità. Si alimenta con versamenti equivalenti da parte di tutti, ma ha il pregio di crescere sempre, anche quando vengono attinti i fondi. I sistemi di finanziamento sono molteplici, dalle giocate al casinò (a Ostenda giocammo al tavolo verde tutta la sera, tassando gli amanti dell’azzardo ed incamerando sovieticamente le vincite, garantendo così birre varie, cozze e patatine per tutti, oltre alla benzina delle auto), ai finanziamenti occulti, gestiti con metodologie carbonare. Il risultato è garantire un ammortizzatore che mantenga accessibile per tutti la trasferta, senza creare distinzioni, né malcontento per qualche strappo alla regola.

Usciamo quindi alla ricerca di un locale. La semifinale si gioca alle 16 per cui abbiamo tempo al mattino per smaltire. Ci muoviamo in gregge tra le viuzze della città vecchia, i cui vicoli sono pieni di ragazzi adolescenti che vagano da un locale all’altro: è sabato e le gabbie sono aperte. È veramente incredibile vedere quanti giovani si riversano per le strade di queste località turistiche per passare la notte del weekend vagando tra i locali; mi viene un leggero brivido nel constatare che i ragazzotti hanno giusto qualche anno in più dei nostri figli e che presto queste dinamiche faranno parte anche del nostro ménage familiare. Che il Signore ci protegga, anche se credo che, trasferendo ai nostri figli gli stessi valori che fanno da sfondo a questa trasferta, come il valore dell’amicizia, il gusto della convivialità, dello scherzo, uniti a riferimenti sani come le regole dello sport, della giusta competizione, del sacrificio, possiamo creare un’impalcatura su cui certi comportamenti non possono fanno presa. Il resto è in mano al caso, come il vento che soffia su un campo di pallone.

Veniamo agganciati dai “buttadentro” dei locali e quelli che fanno maggior presa sono ovviamente di sesso femminile. La scenetta migliore è quella in cui Dario viene accompagnato a braccetto da una carinissima e giovane fanciulla, che con voce dolce illustra le qualità del locale da lei sponsorizzato, a qualche isolato di distanza. Il gruppo viene attratto dalla scenetta e partono immediate le prese in giro al povero Dariao che sta al gioco con la sua consueta arguzia. 

Matteo è in divisa da scazzo: sandalo estivo, camicia di gala ormai spiegazzata, aperta sul pancione e rigorosamente fuori dai jeans, con occhiale di ordinanza, per lui indispensabile. Lancia qualche battuta al vetriolo sull’aggancio della fanciulla, la quale, con le poche parole che conosce di italiano lo fredda inesorabilmente “Ciao Harry Potter, tu hai il cazzo corto vero?”. Santo cielo, era una specie di angelo biondo con gli occhi azzurri e ha sferrato un colpo da samurai! Ridiamo a crepapelle, Matteo compreso, e decretiamo la vittoria della fanciulla: veniamo al tuo locale, te lo meriti. 

Si parte così alla ricerca del chupito, un bicchierino da liquore molto piccolo nel quale si fa una bevuta “one shot” di qualsiasi liquore, dal limoncello al rum, ad un prezzo molto popolare, tra uno e due euro. È un modo per ammazzarsi di alcol lentamente, che fa passare la serata e c’è chi se ne fa tranquillamente venti o trenta per sera. Io arrivo a fatica a berne uno, ma non faccio conto. Arriviamo così in un locale carino, nella parte di città che sovrasta la cattedrale, una specie di Sagrada Familia locale rivestita di maioliche e piastrelle multicolori. Musica a palla, banco bar animatissimo e tanti, tanti ragazzi giovani. Non passiamo inosservati, perché molti di noi vestono la divisa della squadra e perché siamo un groppo numeroso: attraiamo l’attenzione. Ma anche perché, come detto prima, abbiamo l’età dei padri di questi ragazzi che ci vedono con simpatia e anche un filo di sospetto: e quando capisci che un giovane ti guarda con sospetto e forse anche un briciolo di rispetto, tocchi con mano che che qualcosa sta cambiando, che stai entrando in una fase che vedevi estranea e lontana fino a qualche anno prima, ma che ora ti calza a pennello: stai cominciando a invecchiare.

Ma che cazzo di vecchi e vecchi! Forza ragazzi, fuori da questo locale, andiamo a divertirci! È mezzanotte passata e si torna nel centro della movida; incontriamo per strada le varie squadre iscritte al torneo e conosciute sul campo. Ci consola il fatto che sono tristissimi; noi italiani, se non ci distinguiamo per il gioco e la vigoria atletica, siamo almeno quelli vestiti meglio e i più eleganti. Quanto poi alla distinzione agonistica… si vedrà domani.

Siamo curiosi di valutare le relazioni sull’avamposto notturno della notte prima, sul versante russo: anche se qualcuno dà forfait e si incammina verso il letto (indovinate chi?), un buon manipolo si raccoglie per la visita al CCCP, ormai decantato come luogo delle meraviglie. Si tratta, in realtà, di una normalissima discoteca in cui, ovviamente, l’arredamento vivente è curato per attrarre i turisti pirla. Come noi. Ma questo arredamento è sofisticato. A Praga rimasi veramente basito dal comportamento delle “PR” del mitico Darling, una discoteca in cui entrammo solo in seguito alla promessa di essere riaccompagnati a casa in Limousine: dopo neanche un minuto che eravamo entrati ci avevano individuati, squadrati e agganciati con tentativi di corruzione veramente esplicita, sussurrati all’orecchio senza tanti preliminari. Se non sei preparato, ci rimani secco, e non credo di avere problemi nell’approccio con l’altro sesso. Al CCCP, invece, le “PR” ti fanno credere di essere turiste in vacanza e stimolano l’animo cacciatore del maschio in trasferta: obiettivo minimo, farti scucire qualche drink a prezzo maggiorato su cui hanno la percentuale. Obiettivo massimo, probabilmente – anzi sicuramente – una marchetta improvvisata chissà dove. Ma non è il gioco che ci interessa; molto più intrigante è la dinamica del gruppo che si muove in questo luogo di finta perdizione, in cui ognuno recita il suo ruolo di cacciatore, ma soprattutto di bastardissima spia del comportamento altrui. 

Qui ne nasce una logica che dovrebbe tranquillizzare al 100% le nostre mogli: chi vuole cuccare, non va da nessuna parte in gruppo. Si muove da solo, silenzioso come un ghepardo. Come in natura, i predatori che cacciano in branco sono animali vigliacchi, come iene e sciacalli: sono le gang di spostati che circondano le ragazze per umiliarle, se non per fare qualcosa di peggio. Il predatore vero è il leopardo, che da solo nella savana individua la preda e spietatamente la cattura: solo, silenzioso, nel suo territorio. Quindi, ragazze mie, se vostro marito vi chiede di andare in trasferta a giocare un torneo di calcio, è garantito al limone che non ha il terreno giusto per fornicare, anche se andasse al Torneo Internazionale Veterani di Sodoma e Gomorra.

Individuiamo Julia, che è perfetta, sembra quasi una ragazza acqua e sapone, ma lasciamo che faccia parte dell’arredo. In cambio, confesserò una cosa che farà ingelosire molte mogli, che si sentiranno tradite. Suspence… qui ci vorrebbe un cambio pagina, una musica da thriller dal volume crescente, si sta rivelando il nome dell’assassino. Lo dico. Perdonatemi amici, ma le esigenze editoriali lo impongono. Perdonatemi amiche, so di incrinare i vostri cuori, di insinuarmi nelle vostre illusioni.

Abbiamo ballato.

Sì, abbiamo anche ballato. Tutti! Ho visto cose che voi umani non potete immaginare. Il culo di Gianluca agitarsi sul cubo della discoteca come quello di una ballerina del carnevale (nomen omen) di Rio, la zazzera di Max Girotti, ondeggiare in pista come quella di Tony Manero nella Febbre del Sabato Sera e poi ancora un miracolo: Fufu in versione Dirty Dancing, a ondeggiare sotto il cubo sul quale siamo saliti tutti insieme per fare il  Waka Waka. Bellissimo. 

Ma, chiediamo scusa a mogli e fidanzate, l’impresa non si ripeterà in territorio nazionale, perché si tratta di un’operazione segreta riservata alle spedizioni internazionali.

Si è fatta notte fonda e cedo alla stanchezza: annuncio con garbo il mio desiderio di andare a dormire. “Ragazzi, ne ho le palle piene di ‘sta musica, vado a dormire!” Il manipolo di festanti si assottiglia e sento parlare di una spedizione in un locale vicino al nostro albergo: roba forte, per soli uomini. Ma figuriamoci. Sarà un altro sodomizzatoio per turisti, dove riescono nel miracolo di farti comprare un’acqua e menta per una baldracca russa al prezzo di una bottiglia di champagne in enoteca… ma è il brivido dell’avventura. Avrò il resoconto solo al mattino dopo e ne varrà la pena. In fondo, ma molto in fondo, in quel momento sappiamo che domani ci sono le finali e siamo qui per questo: vogliamo conservare un briciolo di energia per portare a casa il trofeo.