11 – Leggero – Inversione di rotta

11 – Leggero – Inversione di rotta

Due partite, due sconfitte, almeno sul campo: in pratica siamo già fuori. 

Cominciamo a fare i conti per provare a vedere quali possibilità ci siano per arrivare al secondo posto del girone e, soprattutto, per capire se i punti eventualmente accumulabili sono sufficienti per ottenere il miglior secondo posto generale, in base al coefficiente-punti di tutti i gironi, ed accedere così alle semifinali come ripescati. Non c’è storia: dobbiamo vincere le due partite rimanenti e poi sperare che la direzione del torneo prenda posizione sugli scozzesi. Ma prima di pensare a questo, dobbiamo meritarci la vittoria sul campo: bisogna invertire la rotta e cominciare a navigare verso la vittoria.

Per la terza partita, quindi, ci presentiamo carichi al massimo, motivati più che mai a portare a casa i tre punti. Va in campo una formazione ben studiata contro un’altra squadra francese, il Ceyreste, ma almeno questa volta l’arbitro è spagnolo: vuoi dire che porta bene?

Il caldo e il vento ci hanno prosciugati ed ormai comincia a essere tardo pomeriggio: le ombre si allungano ed è un piacere giocare su quel soffice manto verde. Il morale, in un’atmosfera così, è al massimo e tutto sembra girare per il verso giusto; la squadra gira, in panchina tutti tifano sostenendo con trasporto i compagni e riusciamo anche a giocare uno sport quasi assimilabile al calcio.

Eppure il vento, anche se la giornata è al termine, soffia ancora. Il vento, che solo poche ore prima ci aveva interrotto la strada della vittoria, distorcendo la parabola del cross che Gian aveva inzuccato nella nostra stessa rete, ci vuole restituire quel torto. 

Manovriamo dalla difesa, passando la palla dall’out destro verso il centro; avanzo per impostare il gioco ma, come spesso accade, davanti a me vedo la mobilità di un presepe, mancano solo i Re Magi a dorso di cammello. Tento allora il solito patetico lancione in profondità, alla ricerca di un attaccante ancora in vita, quando provo una sensazione fantastica. Il pallone utilizzato per la gara è una replica low-cost di quello ufficiale degli Europei 2012, ma ne condivide una caratteristica tipica dei palloni moderni: l’elasticità. La sensazione che provo è quindi di calciare una sfera morbida che parte dal pelo dell’erba, animandosi sul piede di vita propria. 

Parte più veloce di quanto possa pensare e sale in braccio al vento; sono forse un paio di metri oltre il centrocampo e il lancio dovrebbe arrivare al massimo in area. Invece la traiettoria corre quasi rettilinea, il pallone viene sostenuto dal vento che lo accompagna dolce e beffardo proprio sotto la traversa della porta dei francesi. Siamo in vantaggio, possiamo farcela a compiere la scalata, e per festeggiare il nuovo gol rifacciamo la scena dei birilli eseguita al mattino, in onore dell’autorete di Gian.

Continuiamo ad attaccare, anche se i nostri avversari vendono cara la pelle; vogliono vincere anche loro per sperare nella qualificazione. Nella trance agonistica sono più… francesi di quelli della prima partita, per cui picchiano e protestano sistematicamente, con atteggiamento sprezzante nei nostri confronti. Ci sfottono sui falli provocati e, viceversa, ci provocano, protestando, su quelli subiti. Ma non ce n’è, vogliamo e dobbiamo vincere, per cui raddoppiamo con Max Girotti, che infila un diagonale perentorio dopo aver caracollato in mezzo alla difesa avversaria con lo stile del vecchio Domenghini. Due a zero. 

Nell’intervallo si programma qualche cambio, per dare l’opportunità a tutti di giocare. Viene anche il momento di Mauro Trevisson, un aggregato speciale che va raccontato. Principe del Foro di Torino e vicino di casa di Gian, era stato ammaliato dalle storie sentite raccontare al ritorno della trasferta di Praga, per cui aveva prenotato il viaggio successivo con un anno di anticipo. “A Bruges ci voglio essere” ripeteva ogni volta che incontrava il capitano in ascensore. E così è stato. Mauro non è un gran calciatore, anzi forse non è proprio un calciatore, ma ha onorato ogni minuto passato in campo con impegno ed entusiasmo, meritandosi la stima di tutti i compagni. Fuori dal campo, poi, ha sempre vissuto nel gruppo come se si fosse trattato di un vecchio amico, ridendo e scherzando degli altri ed anche di se stesso. Al torneo di Barcellona una comparsata in campo la doveva fare e tutti noi speravamo potesse compiere il miracolo: Mauro facci un gol. Il gol non è arrivato, ma in una delle azioni (rare) in cui ha potuto toccare la palla, ci ha deliziato con un regalo che ha veramente mandato in visibilio la panchina. Ricevuto un passaggio da un compagno, invece di puntare verso la porta, si gira verso l’area e si esibisce in un gran colpo di tacco, con la veemenza di un purosangue dopato, pronto a scalpitare nella piazza del Palio di Siena. “Vai Mauro, Taco de Diòs” è stato l’epiteto che gli è subito stato affibbiato, come Socrates il brasileiro. E da allora è stato e sempre sarà così: il Taco de Dios.

Gli avversari francesi sono ormai cotti e non tengono più i nostri attacchi; arriva così il terzo gol con un bel tiro da fuori area di Ivo Rigolli.

Ivo è una “new entry” della squadra; amico di infanzia di Marco Gasperini, è stato anche lui attratto e affascinato dai racconti delle precedenti trasferte, coinvolgendo anche Bibo suo amico di vecchia data. Ivo e Bibo, insieme, sembrano due nomi da personaggi dei fumetti e, infatti, sarebbero due personaggi perfetti in un cartone animato, con le loro facce tipicamente espressive, ma anche per il loro carattere sagace e per la prontezza alla battuta. Come nei romanzi a lieto fine, un tempo erano nostri avversari, quando da giovincelli animavamo delle animate e sentitissime sfide contro il San Paolo Apostolo e poi contro l’Ardoinese, ma anche loro sono stati contagiati dallo spirito Valsalf e, dopo pochi minuti di imprinting, sono diventati parte integrante del gruppo.

La partita termina quattro a zero. Finalmente una scorpacciata di reti, bel gioco, tutti felici e pronti per affrontare l’ultimo impegno della giornata, ancora una volta contro una squadra francese. 

Ci raduniamo per riposare in attesa del match quando giunge la notizia che gli avversari transalpini hanno dato forfait e si sono ritirati: vittoria a tavolino per tre a zero. In pochi minuti il nostro tabellone si arricchisce di due risultati mai visti in un nostro torneo, siamo a sei punti in classifica ed abbiamo un bottino che può farci sperare. A questo punto, cominciano le più iperboliche elucubrazioni matematiche sul tema: con quale criterio verrà scelta la migliore seconda qualificata? Il nostro è un girone a cinque squadre, mentre gli altri ne hanno solo quattro, per cui va introdotto un criterio univoco per il conteggio dei punti. 

Valutiamo le altre classifiche, ma purtroppo notiamo il risultato che potrebbe vanificare ogni speranza: due squadre sono a sei punti dopo due partite, cioè due vittorie a testa, e si incontrano per l’ultima partita. Sono una squadra italiana di Milano ed un’altra, l’ennesima, francese. È il “teorema del biscotto”, per cui basta un pareggio e passano ambedue le squadre. 

Loro, però, non lo sanno, non si sono informati sugli altri risultati e se la giocano veramente; sono quasi le sette di sera e sono veramente cotti, per cui, nonostante cerchino di vincere, per garantirsi il passaggio del turno, giocano davvero male. Si capisce che nessuno segnerà mai ed il pareggio è scontato. Noi ci appollaiamo come gufi sugli spalti per tifare e/o gufare, basta che succeda qualcosa; sappiamo che col pari siamo fuori, mentre con la vittoria di una delle due squadre possiamo sperare nel ripescaggio. Tifiamo quindi per gli italiani, ma gufiamo in tutti i modi perché qualcuno segni, fossero anche i francesi, chissenefrega, vogliamo andare in semifinale. Le nostre preghiere vengono esaudite a cinque minuti dalla fine: cross in un’area affollata e da un intreccio di corpi sbuca la testa di un giocatore italiano che insacca. È un tripudio sia in campo che tra di noi sulla tribuna: forse possono passare due squadre italiane in semifinale, gemellaggio Valsalf – Young Boys! 

I francesi, tuttavia, sono duri a morire e si riversano nell’area avversaria; noi facciamo ogni sorta di scongiuro perché non segnino. È il recupero, mancano veramente pochi secondi alla fine, quando su un cross abbastanza innocuo uno scoordinato difensore milanese intercetta la palla col braccio: calcio di rigore. Il sole è calato e la temperatura si è abbassata; c’è ancora il vento, sempre lui, ma il gelo che si impossessa di noi è polare, siamo a un passo, anzi, a undici metri dall’eliminazione. Il baldo centravanti francese va sul dischetto sicuro di insaccare; gli si oppone l’abbronzatissimo portiere della squadra milanese, un tipo che sembra un misto tra Julio Iglesias e  il Merolone, che abbiamo conosciuto in albergo mentre sciabattava in sala colazioni dell’hotel come se si trovasse sul ponte del suo yacht. In seguito verrà soprannominato “Piciu 2”, ma c’è tempo per capirne il motivo. 

Il cinghiale transalpino prende la rincorsa e calcia, Iglesias fa una finta e si butta da una parte, mentre la palla prende, purtroppo, la direzione opposta. 

Paura. Freddo. Delusione. 

Poi coraggio, calore e un impeto di felicità: la palla si perde nei campi dietro la porta, il bufalo francese ha sparato il rigore fuori e la partita è finita, dopo almeno sette minuti di recupero. Possiamo essere noi i secondi ripescati.

A quel punto ci raduniamo creando un comitato di saggi e legulei, con due avvocati a supporto, l’onnipresente Gian e il mitico Sergione, che ovviamente non ci stanno a perdere. Animato da spirito matematico, desiderio di giustizia, ma soprattutto una proverbiale faccia da culo, chiedo udienza alla direzione di torneo per spiegare la situazione. In inglese, cerco di persuaderli, senza far trapelare troppo la nostra sfacciata richiesta: devo convincerli che abbiamo diritto al ripescaggio, a fronte dei nostri nove punti, ma non sto a sottolineare troppo il fatto che ne abbiamo fatti tre sul campo e ne vorremmo il doppio a tavolino.

“Vogliate capire, Lor Signori, che la decisione di ammettere codesta squadra scozzese, non avente i requisiti per la partecipazione, è stato atto voluto dall’Organizzazione, non subordinato all’accettazione da parte delle altre squadre regolarmente iscritte. Vogliate altresì notare come la nostra squadra, sempre distintasi per la difesa dei più alti valori dello sport, abbia accettato – senza nulla obiettare – di affrontare codesta squadra scozzese, subendo una giusta sconfitta. Tuttavia, è questo, Signori della Corte, un comportamento che va paragonato a quello della squadra francese che, rifiutandosi di giocare, ha ottenuto una comoda vittoria? Noi ci rimettiamo al Vostro giudizio, da uomini di sport e da confidenti nella giustizia, affinché vogliate valutare con saggezza ed equità la nostra posizione. Questo solo chiediamo, Signori della Corte. Grazie.”

Mai paraculo è stato più efficace nel richiedere giustizia.  Ho fatto i conti con gli altri: se ci danno vinta a tavolino anche la partita con gli scozzesi abbiamo nove punti su dodici disponibili, coefficiente 0,75. I francesi che hanno appena sbagliato il rigore hanno sei punti su nove, coefficiente 0,66. Se il rigore fosse entrato, avrebbero avuto 0,77 ed avrebbero passato il turno. Siamo lì, tre facce da culo in Direzione Torneo, attesi fuori da altre ventuno faccette da culetto che aspettano solo la notizia per festeggiare.

Il giudice non è un parruccato nobile settantenne, ma un brillante giovane fresco di studi che immediatamente capisce la situazione. Controllo quello che scrive sul tabellone dei risultati insieme al collega; quando vedo che cancella lo 0-1 con gli scozzesi sostituendolo con un 3-0 ho un momento di silenzioso orgasmo che mi pervade dalla testa ai tacchetti delle scarpe che ho ancora addosso. Siamo una catena umana legata dal pensiero: io, Gian a pochi metri, Sergione sulla porta, gli altri dietro i battenti. Strizzo l’occhiolino e attendo il conteggio: “Ok guys, you are the fourth team in the semifinal, my compliments!”

Stringo il pugno verso i compagni, ci dirigiamo verso la porta e, appena siamo alla luce, non serve aprire bocca: hanno capito tutti, siamo in semifinale!

Immediato, sale al cielo un canto che durerà per almeno un quarto d’ora, portandoci fino alle auto e poi in hotel: “Siamo noi, siamo noi, i campioni a tavolino siamo noi…”.

Riprendiamo la statale verso Lloret cantando a squarciagola, ognuno nella propria auto. Il surfista biondo addetto al parcheggio non è più al suo posto, ma è con estremo piacere che assaporo il pensiero di doverlo rivedere all’indomani.