10 – Leggero – Una questione di sportività

10 – Leggero – Una questione di sportività

Il turnover della formazione prevede una precisa rotazione di tutti i giocatori. Chi non ha giocato la prima con i francesi gioca tutta la partita, chi ha giocato un solo tempo, ne gioca un altro. Dopo qualche rapido calcolo la formazione è fatta e si va in campo.

La partita precedente è in leggero ritardo, per cui ci tocca attendere all’ingresso del campo di gioco dove vediamo un gruppo di ragazzotti, non proprio sbarbatelli, ma certamente non over 35. Immagino siano del torneo open, ma dall’accento tipicamente scottish, capisco che sono loro i nostri avversari: strano che siano così giovani – penso – me li aspettavo diversi. 

A chiarire il dubbio arriva una giovane ragazza della Direzione Torneo, che ci spiega la situazione: si tratta di una squadra “under 35” ammessa al torneo all’ultimo momento. Peccato che i francesi che ci hanno battuti al mattino si siano appena rifiutati di giocarci contro: tre punti garantiti e tanta fatica in meno per loro. Capite perché ho detto che i francesi – perlomeno quelli che spesso abbiamo incontrato sui campi di calcio – sono delle merde? Il capitano scozzese mi avvicina e mi spiega la situazione: sono un gruppo di studenti che hanno aderito al torneo senza che l’organizzazione spiegasse loro in che gruppo li avrebbe inseriti; comunque – aggiunge con flemma britannica – se anche voi non volete giocare, capiamo la situazione.

Se è vero che chi partecipa ad una competizione ha il dovere di battersi al massimo per vincere, è anche vero che c’è modo e modo per farlo; vincere rifiutandosi di giocare è secondo me il peggior modo per onorare lo sport e sarebbe anche il peggior modo per onorare il nostro torneo. In fondo, siamo in Spagna per giocare, non per fare punti a tavolino. 

Aldilà della mia fede granata, trovo orrenda la frase coniata da Giampiero Boniperti che campeggia qua e là tra le memorabilia juventine: “Vincere è l’unica cosa che conta”. È il condensato ideologico dei valori del nostro tempo, il risultato a ogni costo, il profitto aldilà del prodotto e dell’etica professionale, il predominio prima che la morale. No. Vincere non è l’unica cosa che conta, al massimo è una delle più importanti; ma ci sono tanti modi per farlo ed alcuni di questi ne annullano il valore. Il gusto di una vittoria ottenuta con lealtà vale molto di più che un premio ottenuto con l’inganno o il sotterfugio: è raro conseguirla, ma non vedo perché non provare sempre a farlo. I fatti di questo torneo, poi, ci vedranno protagonisti di una situazione paradossale che coinvolgerà proprio questi valori. 

Ma procediamo con ordine.

Onoriamo lo sport, quindi, anche se… anche se un barlume di italica propensione al cavillo mi passa per la testa. “Noi giochiamo molto volentieri con voi, ragazzi – dichiaro al capitano avversario – perché siamo qui a fare sport e da sportivi ci vogliamo comportare; quanto al regolamento, sarà il comitato organizzatore a decidere cosa fare, non certo noi: quindi si gioca”. In soldoni, noi giochiamo, se poi ci servirà la vittoria a tavolino… beh ci penseremo dopo. 

La partita si rivela in linea con lo spirito creato a bordo campo: rispetto e senso dello sport. Che per gli anglosassoni non significa tirare indietro la gambetta o fare manfrina: le danno e le prendono senza fiatare, corrono come forsennati e, come se non bastasse, sono anche dei buoni giocatori. Tecnicamente e fisicamente ci mettono sotto, ma riusciamo anche a creare qualche problema con il nostro centravanti d’assalto Cubo, che si distingue durante la partita per una divertente gag. 

Durante un’azione degli avversari, anziché rientrare a centrocampo coprendo la palla, si avvicina alla linea laterale di fronte alla panchina. Qualcuno lo apostrofa: “Cubo, corri in mezzo al campo!” ma lui avvicina l’indice al naso richiedendo silenzio. “Mi sto nascondendo, così mi scambiano per uno della panchina e non mi marcano…”. Grandioso! Da quel momento alterna momenti di agonismo a vere pantomime, spalmandosi erba e terra sulla faccia come un marine assaltatore che tenta di mimetizzarsi nella foresta, oppure trascinandosi sui gomiti dopo una scivolata, come un soldato tra le trincee.

In campo la partita è intensa: Lukered sfodera parate da grande campione e ci tiene in partita, mentre Dariao Girottinho tira fuori un carattere da leone britannico a dispetto della indole mite; corre indomito, contrasta e si incazza pure con i compagni. È veramente un trascinatore, lui con quella sua aria da chierichetto sornione, sempre molto gentile ed educato, che viene fuori proprio nella partita in cui gli avversari ci mettono in imbarazzo più di altri, con la loro freschezza fisica e il loro vigore atletico.

Il risultato sembra andare verso il classico zero a zero stile Valsalf, ma, a un paio di minuti dalla fine, un rilancio lungo nella nostra difesa viene arpionato dal centravanti scozzese che, intuendo l’uscita di Lukered, infila un pallonetto incredibile sotto la traversa da una distanza di almeno quaranta metri. Una cosa che il nostro Cubo, anche solo per pensarla, avrebbe dovuto tirarsi almeno mezzo chilo di cocaina. Non riusciamo a pareggiare, nonostante una generosa reazione, per cui incameriamo la seconda sconfitta. A questo punto siamo fuori, perché alle semifinali si qualificano le prime di ogni girone più la miglior seconda e vincere le rimanenti due gare non serve, a meno che…