9 – Leggero – Din Don, Din Don

9 – Leggero – Din Don, Din Don

Il programma del torneo prevede una sola partita in mattinata, per cui cerchiamo di smaltire la sconfitta con un buon pranzetto, giusto per non smentire la nostra professionalità sportiva.

A proposito di pranzetti, un vero intenditore è Marco Gasperini. I tanti chilometri macinati sulle strade piemontesi ne hanno fatto un intenditore della pausa pranzo mirata e studiata, nelle varie osterie della provincia. Lavoriamo insieme da anni e lui si aggrega alle trasferte del Valsalf ormai come membro fisso: scorrazza sulla fascia, ma si distingue soprattutto al momento del convivio, con la sua simpatia contagiosa, alimentata da un senso dell’ironia fuori dal comune. In tanti anni abbiamo condiviso migliaia di pasti, da panini gommosi a ristoranti stellati, ma il denominatore comune è sempre stato quello di condividerlo in allegria, in posti dove oltre a nutrire il corpo si potesse anche nutrire lo spirito. A questo proposito, la stamberga che si trova proprio davanti all’accesso dei campi con cartello che promette cucina casalinga e carne alla brace non può che essere la scelta più attrattiva. Carne alla brace e birra ghiacciata – capite – con una giornata da venticinque gradi ed ancora tre partite da giocare: la vera dieta dello sportivo! Eppure l’opzione grigliata attrae la maggior parte del gruppo, che prepara la partita addentando costine e salsicce. Io, Lukered e Gian – ormai sconvolto dall’autorete realizzata nella prima partita – con qualche altro profugo ritorniamo in albergo, giusto per riassaporare quell’ospitale aria di casa-collegio che permea il Don Juan. Se la colazione era squallida, il pranzo è veramente qualcosa di tragico: facciamo fatica a riempire il piatto con qualcosa di commestibile che possa sostenerci per il pomeriggio. Quantomeno, riusciamo a trovare qualche lettino per sdraiarci in piscina e rilassarci un attimo, mentre una compagnia di lardosi britannici sguazza nell’acqua, accompagnando tuffi e schiamazzi con i soliti long-drink dai colori improbabili.

Qualche minuto di riposo ed è ora di tornare al campo: ci aspetta la partita con Sporting ICAP, squadra scozzese di Edimburgo. In macchina ripropongo il solito CD e, percorrendo il solito itinerario arriviamo al punto della statale, lungo una curva dolce e ampia, in cui si trova l’accesso ai campi; svolto, fottendomene molto italianamente della doppia striscia, evitando così di andare fino alla rotonda distante un chilometro almeno. All’accesso del campo una specie di ex-surfista consunto dal tempo e dagli eccessi, con una pettorina fosforescente recante la scritta “steward” mi blocca ammonendomi severamente: “se lo fate ancora una volta – minaccia in inglese – vi faccio squalificare dal torneo”. Si capisce lontano un miglio che non crede a ciò che dice, perché i suoi occhi sono gli occhi della trasgressione e per lui una svolta in strada vale ben poco, ma ha sostanzialmente ragione. Gli rispondo sincero: “Scusa amico, hai ragione. Ti prometto che domani non lo faremo più”. Già, domani. Domani rifaremo quella svolta solo se passeremo il turno, se no possiamo anche rimanere in albergo a corteggiare qualche bella obesona settantenne parlando di adesivi per dentiere…

Davanti agli spogliatoi c’è l’adunata e si scherza ancora sull’autorete di Gian. Lukered ascolta sornione e, guardando nel vuoto, muove a ritmo il dito, come se dirigesse un’orchestra. Ad un certo punto strizza gli occhi, alza la mano come per zittire il gruppo ed esclama, richiamando l’attenzione generale: “ecco, aspettate, ce l’ho, ce l’ho…”. Tutti si voltano a guardarlo, non capendo di cosa si tratti e lui, sulle note dell’inno dei mondiali di Germania (la base della canzoncina di Dodo della sera prima) ,comincia a cantare:

Din-don, din-don, din-don, din-don, din-don,
nella porta sbagliata, ma Gianluca ha fatto gol…

È un mantra. In un attimo la canzoncina va in mente a tutti e si entra nello spogliatoio cantando in coro questo nuovo tormentone. Il protagonista, Gian, ride divertito anche se ogni tanto ribatte: “Bastavdi, sempve con me schevzate…”.

Così, cantando la canzoncina e cercando di smaltire il peso di costine e cerveza, ci avviamo nello spogliatoio-gulag, preparando la battaglia contro gli scozzesi: se perdiamo anche questa, siamo fuori.