
Ore 7.30. Qualcuno ha praticamente appena scaldato il letto dopo aver escogitato qualsiasi espediente per non andare a dormire. Dalle finestre che affacciano sulla scala antincendio del residence vicino e su uno sdrucito campo da tennis in sintetico, arriva solo silenzio. Giusto qualche macchina sulle vie che si intravedono sullo sfondo movimenta il paesaggio. Nella quiete mattutina un urlo squarcia il silenzio: “SEERGIOOOO, hai mica un po’ di gel?!?!?”. “ SERGIOO, ho dimenticato il pettine, prestami il tuo!!”. Va ricordato che Sergione è completamente calvo. È Matteo, che si vendica delle sfottiture della sera prima; non ha digerito l’affondo del rivale: “Taci tu che non hai capito di aver sbagliato una volta a sposarti e adesso perseveri nell’errore…”. Terreno minato.
In altre situazioni una polemica così sarebbe trascesa in litigi ed insulti, ma nel clima canzonatorio della gita diventa semplicemente una gag da mantenere costante, una sorta di ballottaggio tra due candidati premier: Matteo contro Sergione. Così il primo, buttato giù dalla branda da Cubo all’alba, annuncia al mondo intero con voce squillante il suo urlo di battaglia.
Qualcuno si gira dall’altra parte e continua a dormire. Io sto in camera con Fufu e Luca Rossi “Lukered”, i due portieri che a letto però giocano ruoli diversi: Fulvio esce sempre prima (non in campo), Luca rimane attaccato al letto fino all’ultimo… perché va fuori area la sera prima. Piano piano ci si trascina in piedi e poi in sala colazioni. Credo che il refettorio di un monastero polacco sia più allegro di questo stanzone anonimo e poco illuminato, con arredi anni ’70 e banchi a buffet che ospitano tanta, tantissima roba immangiabile. È uno studio mirato quello che probabilmente viene fatto per allestire i buffet di questi alberghi: i prodotti vengono scelti in base alla superficie che possono occupare una volta esposti (più spazio occupano meglio è) e al loro valore (meno costano meglio è). Teoricamente la segatura è il prodotto ideale e forse la usano per fare le fette biscottate. Comunque qualcosa di caldo si trova e si riesce ad imbastire un breakfast appena decente, mentre piano piano i tavoli cominciano a colorarsi delle nosre divise. Prima uno, poi via via più tavoli affiancati ospitano degli zombie in divisa rossa che cercano di ingurgitare qualche caloria: ci aspettano ben quattro partite e l’alimentazione è importantissima per affrontare una giornata così. Ma siamo nel posto sbagliato; per fortuna c’è un team appositamente selezionato nelle precedenti spedizioni, composto da vari medici e guidato da Cubo, che si sta muovendo nel vicino supermarket in cerca di cibi e vivande per affrontare la giornata. Gli alimenti base sono: arance, banane, frutta secca e tanta, tanta Red Bull. A sostegno, ogni genere di antinfiammatorio. Un cocktail micidiale!
Per fortuna che il resoconto delle esperienze notturne ravviva l’ambiente e rallegra gli spiriti: esiste però un patto di sangue tra i protagonisti che assolutamente non svelano nessun particolare, tranne qualche vago riferimento a luoghi e persone: unici dati ufficiali sono due nomi, CCCP e Julia, ma probabilmente sono due nomi in codice a copertura di chissà cosa.
È ora di partire e davanti all’albergo si forma il codazzo di vetture pronte ad accompagnarci al centro sportivo di Blanes, dove si tiene il torneo. Sono circa cinque chilometri che percorriamo in fila, cominciando ad entrare in clima partita; lo stereo della macchina mastica un CD che mi sono portato da casa, è una compilation preparata per qualche viaggio da mio figlio Leo e c’è un po’ di tutto. La prima canzone è Bohemian Rapsody dei Queen, che coinvolge chiunque la ascolti, specialmente nella parte corale, seguita dal classico dei classici, Generale eseguita in concerto da Vasco Rossi. Con Lukered, Gian e il mitico Mauro Trevisson fedele compagno di vettura già da Bruges, accompagniamo il Blasco in coro “…fra due minuti è quasi giorno è quasi casa, è quasi amooooreee”.
Il canto comincia a creare lo spirito di squadra.
Arriviamo al campo, anzi, al centro sportivo. Ci sono almeno dieci campi su cui si svolgono probabilmente almeno tre tornei in contemporanea, tra categorie giovanili, adulti e vecchietti come noi. È tutto molto diverso da come mi aspettavo: invece di campi polverosi e arsi dal sole, troviamo delle moquette di erba che da noi manco ci sogniamo, il posto ideale per giocare a calcio. Peccato per il vento, ma ne abbiamo già parlato. Stranamente, in un impianto con campi così belli, ci sono degli spogliatoi veramente disastrati, praticamente delle piccole stalle in lamiera con docce disegnate dall’architetto che ha progettato Auschwitz. Ovviamente ci cambiamo tutti, e avere ventiquattro persone in una stanza da non più di cinquanta metri quadri, con borse e suppellettili, non è facile. Da quest’ammucchiata di corpi canforati viene fuori la formazione, decisa con sapienza da qualche “saggio” che dispensa con oculatezza ruoli, forze e strategie; purtroppo siamo obbligati a scegliere sedici uomini da mandare in campo, mentre avremmo preferito la “panchina lunga” per tenere tutti sulla corda.
La prima partita è sempre emozionante, bisogna rompere il ghiaccio e entrare nel clima della competizione; i primi minuti sono poi fondamentali, vanno giocati più con la testa che con le gambe.
Quando l’arbitro fischia, sparisce ogni pensiero frivolo che ha occupato la nostra mente nei giorni precedenti: scherzi, risate, prese in giro lasciano spazio alla partita, perché, per tutti quanti, la partita è una cosa seria. In campo ognuno cambia maschera, diventa un’altra persona: è il mistero della sublimazione agonistica, che trasforma le persone in giocatori o atleti, portando alla luce lati nascosti del carattere di ognuno. In teoria, se uno psicanalista potesse osservare un paziente su un campo da tennis o da calcio, forse capirebbe di lui molto di più che ascoltandolo sdraiato su un lettino.
Io sento la partita e la vivo combattuto tra due sensazioni contrastanti: da un lato capisco lo spirito sportivo e amatoriale di ciò che faccio, per cui sono consapevole che non è fondamentale vincere, ma divertirsi; dall’altro, mi farei staccare una gamba piuttosto che perdere la partita. È più forte di me, ma è così: in fondo, piangevo da piccolo quando mio papà mi batteva a scacchi – avevo cinque anni, mica poteva andare diversamente – e questo desiderio fanciullesco di vincere sempre e comunque continua ad albergare in un angolo del mio cuore di sportivo, ormai più che maturo. Il problema è che in una squadra non tutti sentono la voglia di vincere nello stesso modo, per cui c’è chi vuole arrivare alla vittoria con rabbia e determinazione, chi ha bisogno di calma, chi di stimoli, chi di lodi, chi di aiuto. Undici teste scendono in campo collegate a undici cuori, che pulsano sensazioni differenti: l’alchimia di una squadra è avere un battito all’unisono, ma è un miracolo quasi impossibile. Molto più facile è trovare un compromesso, adattarsi, sopportarsi e, soprattutto, capire che tutti devono remare dalla stessa parte.
Noi del Valsalf, in questo, siamo bravi.

Tecnicamente, tatticamente e atleticamente valiamo molto poco, ma riusciamo a fare una somma dei valori in campo il cui risultato è miracolosamente superiore al valore dei singoli; va detto che questo abbozzo di miracolo passa spesso e volentieri attraverso musi lunghi, vaffanqui e vaffanlà, ma alla fine ogni pedina inserita nello scacchiere finisce al suo posto, svolge il suo ruolo con e per la squadra e diventa importante. Forse è proprio questo il nostro segreto: chiunque venga inserito nel gruppo, per scarso che sia (caso pressoché costante), riesce a diventare utile e soprattutto a sentirsi tale, e questo lo lega indissolubilmente alla squadra. Per grande o piccolo che sia il suo valore, ogni giocatore sa di essere importante per quello che gli compete: forse questo è anche il segreto delle relazioni umane e affettive, in cui le persone si legano e si sostengono in funzione della consapevolezza della loro reciproca importanza.
Così la prima partita del girone ci vede opposti al Courdimanche, squadra francese rinforzata da qualche baldo negrone sicuramente scelto tra i fuoriquota (ogni squadra può avere tre giocatori under 35). Schierano in attacco la fotocopia di Edgar Davids, solamente senza occhiali e forse un pelino più veloce. Noi gli opponiamo in marcatura il nostro elemento più veloce, MaxMura, quarant’anni di muscoli a fior di pelle.
Anche l’arbitro è francese e questo non depone a favore di noi italiani: è come se nel derby Juve-Toro facessero arbitrare la partita a Boniperti. In più il direttore di gara non spicca particolarmente per simpatia ed in questo si allinea perfettamente alle caratteristiche dei suoi connazionali. In cambio, gli avversari sono un pelino meno… stronzi dei soliti francesi (scusate, ho aspettato due minuti a trovare l’aggettivo giusto, ma non mi è uscito niente di più appropriato) per cui la partita si svolge su un piano agonistico accettabile.
Essendo molte le partite da giocare in una sola giornata, i tempi sono accorciati: solo venti minuti, per cui è importante fare gol per primi, puntando poi a mantenere il risultato. Vista la nostra sterilità offensiva in terra straniera (due soli gol in due tornei negli anni precedenti, Max Terzi a Praga e Sir Stanley Mathew a Ostenda), puntiamo direttamente allo zero a zero, almeno muoviamo la classifica.
Ed invece accade l’impensabile, a metà del primo tempo: fallo di mani in area dei francesi e l’arbitro francese dà il rigore. In realtà accade quello che è normale in tutto il mondo, ma impensabile in Italia, cioè che una decisione venga presa “a prescindere”, ma tant’è; possiamo passare in vantaggio e segnare un gol alla prima partita del torneo più importante dell’anno, anzi della nostra storia. D’istinto mi avvicino alla palla: dovrei tirare io il rigore, a meno che non ci sia qualche altro tiratore ispirato.
Poi mi viene un flash, ricordo i rigori del torneo in Belgio, finale quinto sesto posto: era finita zero a zero (ma va? Strano…) e non volevamo finire con una sconfitta, la vittoria in quella finalina era il nostro trofeo. La Cupola è in panchina quasi al completo e si deve scegliere la lista dei tiratori; si capisce chi potrebbero essere i cinque… meno scarsi che potrebbero tirare ed invece no. Tira chi non ha mai tirato: tra questi viene scelto Andrea Sikarinkia.
Il Sika promette, per nulla preoccupato della responsabilità assegnataglia, “Ie faccio er cucchiaio alla Totti!”. Detto fatto. Arriva sul dischetto, depone la palla volgendo le natiche alla porta, in segno di spregio verso il portiere, parte con una rincorsa a serpentina per sbeffeggiare il portiere e pianta la punta sotto il pallone per scucchiaiare ma… la punta affonda nell’erba soffice, lui si capotta a pelle d’orso davanti al dischetto e la palla rotola pigra in mano al portiere. Giuro che ho riso per almeno cinque minuti di seguito ed ho anche gelosamente conservato il filmato dell’impresa; da allora Sikarinkia è soprannominato Il Cucchiarinkia.
Ritornando alla cronaca, mi torna in mente il rigore del Sika e penso che è giusto ricominciare da dove avevamo finito; un rapido sguardo ai compagni, poi l’intesa: Sikarinkia, tira tu. Andrea non si disarma, va al dischetto e segna spiazzando il portiere, ma senza cucchiaio, perché se l’avesse fatto e sbagliato l’avremmo preso in giro fino alla fine dei suoi giorni. A sbagliare un rigore, comunque, ci avrebbe pensato poi, ma questa è una storia che racconteremo dopo.
Nell’intervallo, come raccontato nell’introduzione, si fanno tutti i cambi ed entra anche Gian, il Capitano, autoparcheggiatosi in panchina. La scena dell’autogol che mette in equilibrio la partita è già stata raccontata. Lì, ne sono sicuro, è cambiata la nostra storia di quel torneo, perché solo una situazione così poteva segnare l’inizio di quest’avventura: l’autorete del nostro migliore attaccante, lo sbigottimento e poi la festa con la scena dei birilli, gli avversari attoniti che non capiscono cosa succede, l’arbitro che pensa ad una presa in giro e comincia ad alterarsi… Una situazione non normale che doveva essere l’inizio di un’esperienza eccezionale.
È quasi ovvio che, dopo una situazione così, la testa vada nel pallone, per cui il secondo gol arriva dopo pochi minuti ed a nulla serve una nostra stitica reazione offensiva affidata alle stanche membra di Sir Stanley Mathew, che essendo sveglio dalle sei e mezza per colpa di Cubo (che aveva a sua volta dormito in campo nel primo tempo, recuperando il sonno perso nella notte) non può fare più di tanto.
Peccato. Avevamo assaporato il gusto della possibile vittoria, ma il vento, maledetto vento, ha cambiato le sorti della partita. Ci aspetta dopo pranzo la sfida con gli scozzesi dello Sporting ICAP; prima, però, bisogna riempire il pancino e concedersi una siesta.
In fondo abbiamo una certa età.




