
La terna di arbitri stagisti è molto fiscale, pretende la compilazione di tutti i documenti di gara e di rispettare ogni protocollo, orari compresi. Consegniamo la distinta con i sedici giocatori per la semifinale. In realtà, indichiamo gli undici in campo con relativi numeri di maglia e cinque riserve, ma tutti in panchina stanno senza maglia: fatta la legge, trovato l’inganno. Per evitare di escludere qualcuno dalla possibilità di giocare la partita, decidiamo di tenere le maglie dei cinque sostituti pronte per l’ingresso in campo, a disposizione di chiunque dei ventidue in panchina: così sono tutti della partita, sotto tensione.
L’arbitro ci fa fretta e vuole dare inizio al match, ma noi disubbidiamo perché abbiamo fatto un voto proprio la sera prima: questa volta gli cantiamo l’inno a ‘sti francesi. Così, come se si trattasse di un Haka degli All Blacks, ci schieriamo a centrocampo, davanti alla loro panchina, abbracciati uno con l’altro a formare una lunga catena, e intoniamo Fratelli d’Italia.
Il nostro inno non è molto solenne, è una marcetta degna del paese dei cachi, ma è comunque l’inno che abbiamo imparato ad ascoltare fin da piccoli, quando i nostri eroi della nazionale o gli atleti delle olimpiadi stavano ritti sull’attenti guardando salire il tricolore sul pennone più alto: è comunque un’emozione cantarlo all’estero, di fronte ad avversari stranieri. Lo cantiamo tutto, fino all’ultima strofa e quando esce l’ultimo “siam pronti alla morte l’Italia chiamò… Sìììììì”, quel “sì”, che non fa parte del testo originale, ma della partitura che esce dal cuore di tutti gli sportivi, ci fa entrare in campo che neanche tocchiamo per terra: potessimo li mangeremmo vivi.
Eppure la tensione della semifinale si sente e i primi minuti sono difficili. In realtà, sono proprio i francesi a metterci in difficoltà, anche se Fabrizio lotta come Davide contro un centravanti Golia che gli passa almeno 25 centimetri di differenza: non gliene fa prendere una. E poi, anche il vento ha cambiato direzione: stesso lato della partita del giorno prima, stesso nostro portiere, Fufu, un altro traversone beffardo si avvicina alla nostra porta, ma questa volta non fa altro che dare una carezza alla traversa per tornare in campo.
Piano piano prendiamo terreno e ci affacciamo nell’area dei francesi, prima con Cubo che viene colto da un’emiparesi al momento di servire un facile assist a pochi metri dalla porta, poi con Sergio che con il testone, in tuffo, impegna il bravo portiere avversario in una parata decisiva.
Gian paga gli stravizi notturni e a metà tempo si stira, per cui è costretto a uscire: è una perdita pesante per noi, ma entra Miky per metterci il centouno per cento di impegno e sostituire al meglio il capitano. Cresciamo sempre di più, pressiamo i francesi e conquistiamo una punizione dal limite dell’area, in posizione leggermente laterale. L’arbitro piazza la barriera e Cubo inscena una pantomima memorabile per contestare la distanza; chiede la rettifica e l’arbitro lo accontenta contando i passi. Uno, due, tre… sette ed arriva praticamente contro la barriera che non è chiaramente a nove metri e quindici come da regolamento; a quel punto accorcia decisamente il passo… otto, nove e un pezzetto. Si gira verso di noi come a dire “visto? la distanza c’è”.
A quel punto Cubo comincia a camminargli incontro sulle punte dei piedi, con le gambe tese, le braccia piegate in avanti e le punte delle dita verso il basso, mimando il passo di un coniglietto meccanico, tipo quello della pubblicità della Duracell. È peccato di lesa maestà ed il cartellino giallo automatico.
Io sono lì, sulla piastrella di tiro e mi godo la scena, ma nel frattempo valuto distanze, spazi e traiettorie; vedo la porta lontana, maledettamente lontana.
Quando tiri un calcio di punizione, la porta è proprio piccola. Sono tanti i pensieri che passano per la testa, ma per una buona esecuzione serve concentrazione, capacità, ma soprattutto grande coraggio. Sì, coraggio, perché è facile mirare e tirare piano, ma così qualsiasi portiere ti para il tiro. Invece, ci vuole più coraggio a tirare deciso, prendere un angolo e tentare il tutto per tutto, con il concreto rischio di buttare la palla alle ortiche. Vedo Sergione che si affianca alla barriera, sul lato libero che vede il portiere e, a quel punto, non ho altra soluzione che scavalcare la barriera sul primo palo o tentare l’azzardo di un colpo a giro sul secondo palo, dove sta il portiere.
Da quel momento il cervello si stacca e forse il corpo si muove comandato da una volontà sconosciuta. Sento il fischio, due passi e tiro proprio lì, verso il secondo palo: è un momento che dura un’eternità, dall’impatto del piede con la palla alla valutazione della traiettoria. È strano pensare a quante emozioni si possano ricordare di un momento così breve, forse di pochi centesimi di secondo. Ricordo: la palla parte e disegna una traiettoria azzardata, la vedo fuori dallo specchio della porta e sento un misto di paura per il rischio corso e di delusione per il possibile insuccesso. Ma poi la palla gira, gira e si dirige verso l’incrocio; vedo il paletto di sostegno della porta che disegna col palo uno stretto passaggio, dalla mia prospettiva, e il tiro che si dirige perfetto in quella direzione, insaccandosi proprio all’incrocio. Siamo in vantaggio, uno a zero.
Corro verso la panchina: per questa volta abbiamo pensato di fare l’arciere, per cui chi ha segnato mima di scoccare una freccia, mentre tutti i giocatori in panchina fingono di essere trafitti, cadendo a terra. L’arbitro ci guarda severo: “Vite, vite… veloci, veloci” e ci impone di terminare i festeggiamenti. Dopo pochi minuti finisce il primo tempo e, come nella prima patita, siamo in vantaggio, ma questa volta il vento soffia diversamente e… i maligni direbbero che Gian è fuori dal campo. Ma è solo una battuta.
Dopo pochi minuti del secondo tempo un altro episodio arriva a disegnare il quadro di una partita perfetta: ci viene assegnato un altro rigore. È veramente l’occasione per mettere una seria ipoteca sulla vittoria, per raddoppiare e sognare la finale. Ho la fascia di capitano presa da Gian, devo prendermi la responsabilità di tirare, perché nessuno si avvicina al pallone. Bisogna proprio avere il coraggio di tirare, qualcuno lo deve fare e si deve caricare sulle spalle non tanto la possibile gloria di un gol, ma l’altrettanto possibile scotto di un errore, che in una semifinale così, potrebbe costare carissimo dal punto di vista psicologico. Vado sul dischetto e decido di tirare alla mia destra, aprendo di piatto: parto guardando il portiere, che non si muove molto, e calcio.
Brivido. Il piede d’appoggio mi scivola su un tratto di campo inspiegabilmente duro, quasi come se sotto il pelo dell’erba ci fosse del marmo. Slitto in avanti rispetto alla naturale posizione di tiro, per cui invece di piazzare la palla verso l’angolo, chiudo il tiro e la palla parte rasoterra, ma si infila lo stesso sotto il braccio del portiere.
Sollievo. Sento una scossa inebriante, la finale si avvicina, per cui corro verso la panchina a festeggiare con i compagni: questa volta facciamo il tiro alla fune, io solo contro tutti che, ovviamente, fingono di essere trascinati dalla mia parte. L’arbitro comincia a spazientirsi “C’est la dernière fois!”. È l’ultima volta, ammonisce severo, chiaramente seccato per il nostro comportamento fuori ordinanza, ma ormai la scenetta è fatta e si torna in campo.
I francesi reagiscono e si gettano in area con la forza disperata di un pugile che mena fendenti a caso, spinto dalla disperazione più che da sagacia tecnica, ma noi reggiamo, siamo una diga impenetrabile. Anzi, pungiamo in contropiede, prima con Ivo, poi con Miky che, dopo due tentativi falliti, parte in fuga una terza volta e con un bel diagonale segna il terzo gol: è fatta. Questa volta siamo tutti e ventiquattro in campo, a fare di nuovo i birilli e l’arbitro impazzisce. Fischia e sbraita perché mal sopporta questo nostro modo così goliardico di festeggiare la segnatura, eppure si deve adeguare: siamo assolutamente ingestibili.
Cominciano i cambi e nella frenesia che ci coglie nel pregustare la vittoria, dalla panchina dimenticano completamente il giochetto delle maglie. Marco Gasperini entra in campo, ma con un numero di maglia non indicato in distinta: rischiamo di farci beccare e di avere noie dai fiscali arbitri francesi, che potrebbero anche invalidare la partita a fronte di un reclamo. Abbiamo adrenalina pura che ci scorre in corpo, per cui sia io che Fufu cominciamo a urlare come scimmie verso la panchina, facendo notare l’errore; così abbiamo rischiato, ragionandoci a mente fredda, di farci notare ancora di più.
Dal bordo del campo qualcuno ci dice “State calmi, pensate a giocare voi…”. Cosa? Divento una bestia, mi parte direttamente l’embolo che oscura i miei freni inibitori e le mie capacità intellettive, per cui ribatto urlando “Cazzooo, noi stiamo pensando a giocare e stiamo anche cercando di vincere, siete voi che state facendo minchiate!” Pazzo scriteriato.
Quantomeno riusciamo a elaborare un’ultima pantomima per cancellare ogni traccia del misfatto: approfittiamo di una pausa del gioco per decidere che, al momento del fischio finale, tutti si devono togliere la maglietta e correre a festeggiare la vittoria in una mischia generale. In questo modo, se qualcuno avesse qualcosa da dire, potremo negare anche sotto tortura che i giocatori in campo non fossero quelli della distinta. Ma è una paranoia inutile e anche assurda, perché la partita finisce senza problemi.
C’è però una nota stonata: in un contrasto Miky cade male e si infortuna al polso; cerca di rimanere stoicamente in campo, ma il dolore lo vince e deve uscire. Scopriremo solo dopo il ritorno a Torino che si è spaccato il polso e mai l’avremmo immaginato, vedendolo sopportare il dolore con una tale compostezza. Fa parte del suo modo di essere. Miky è arrivato nel Valsalf circa sei anni fa, non è quindi uno del gruppo storico, ma si è presto integrato. Ha passato momenti difficili in passato, anche a causa del lavoro, vivendo periodi alterni di cassa integrazione e stipendio pieno che mettevano in difficoltà il suo budget mensile. Quando si trattò di partire per Praga, capimmo che avrebbe voluto venire, per cui la Cupola si offrì di anticipare la sua quota, con discrezione; Miky ringraziò con dignità, ma contemporaneamente si impegnò a voler restituire il prestito, poco per volta, ma tutto quanto fino all’ultimo euro. E così è stato: mese dopo mese, ha sottratto alla sua busta la quota necessaria a coprire il debito. Sempre in silenzio, senza grandi proclami, senza lamentarsi, con grande dignità a con implicita riconoscenza: per me è stata una grande dimostrazione di orgoglio e onestà che ho imparato poi a ritrovare, nel tempo, in tanti suoi comportamenti. Un grande.
Nell’altra semifinale si incontrano due altre squadre italiane, due gruppi già conosciuti l’anno precedente al torneo di Ostenda. Il Kankarati di Cagliari, che ci eliminò dal torneo con l’unico gol da noi subito in Belgio, e gli Young Boys di Milano, sicuramente meno forti. Vincono ai rigori i milanesi, me lo sentivo, e a noi va meglio così, perché sono decisamente alla nostra portata.
Finale tutta italiana, allora, alla faccia dei francesi e dei loro arbitri.




