
Il Cammino non finisce alla cattedrale. Almeno non per noi. No, no, non vi sto a dire quelle menate che il cammino dura tutta la vita etc etc. Il cammino finisce con una bella mangiata e una bella bevuta! Ekkekkazz!!
A parte che in Galizia si mangia alla grande, specie per i pellegrini, e non abbiamo mai fatto penitenza, ma una bella mangiata di tapas di pesce non ce l’ha tolta nessuno. Ma prima, sappiatelo (nel caso in cui…), il menù del pellegrino si trova in tutti i ristoranti e osterie sul cammino con primo, secondo, contorno, dolce, pane e acqua, vino o birra a 9-12 Euro, con piatti abbondanti e anche discreti, pesce compreso. E visto che siamo sulle info turistiche, si trova un letto a 9-11 Euro con sistemazione in camerata in ostello, oppure se si è in coppia una camera più che decente costa dai 30 in su. Direi sostenibile, anche e soprattutto per le tasche dei più giovani.
Quindi… fatelo. Tanti mi hanno scritto che il cammino è un desiderio, un sogno nel cassetto e così via. Fatelo. Non contano la distanza, il tempo in cui lo fate, i chilometri al giorno da percorrere: troverete una soluzione. La differenza lo fa la decisione di partire. E non conta nulla, almeno per me, il discorso del “ritrovare se stessi”: se vi siete persi da qualche parte, cercate un buon analista prima di fare il cammino, o vi smarrirete davvero.
La domanda al limite, ve la farete durante il cammino. La stessa che mi ha fatto Leo in una pausa, in un giorno caldo che imballava le gambe: “ma chi ce l’ha gatto fare?!?!” Ho riso di gusto, perché la risposta io la sapevo, ma non per caso ho qualche capello bianco più di lui: la busta da aprire non è a portata di mano, ma arriva, prima o poi arriva.

Siamo a Madrid per uno scalo sulla via del ritorno. Sdraiati su un prato in un parco, gli occhi al cielo. In questo momento di calma ripassano gli highlights di questa settimana. Non vale la pena di farci un libro, come qualche amico entusiasta mi suggerisce: le emozioni si condividono con gli amici, con chi conosci, non hanno prezzo di copertina.
Altri personaggi di cui non vi ho parlato, mi tornano in mente, come “la brasiliana”, la studentessa di lingue (booooni 😜😜) di Braganza che viaggiava con la sorella e il papà anziano e sovrappeso. Loro a piedi, lui in macchina. L’ho visto una sera aspettare le figlie gustandosi una bella birra, e accoglierle poi con allegria per una bella cena all’aperto, alla luce di uno dei tramonti di tarda sera che questa zona sa regalare.. Loro partivano alle sei, lui dormiva fino alle nove, in camerata, fregandosene del casino: si alzava, faceva colazione con calma e chiamava le due ragazze:”Dove siete? Buen camino, ci vediamo a destinazione”.
E poi l’americano, che finalmente a Santiago ha avuto un nome, quando ci siamo incontrati per l’ennesima volta. Hunter – cacciatore – era al tavolo di un’osteria con la bella moglie che lo aveva aspettato, una donna sobriamente affascinante nella sua bellezza datata, pulita ed elegante, col suo caschetto di capelli grigi. Ci siamo salutati calorosamente davanti al suo piatto di pulpo e la sua birra ghiacciata: anche lui aveva la sua festa. Buona vita, cacciatore!
E poi un ultimo regalo del destino. Abbiamo incontrato Marzia più volte nel cammino, quasi ogni giorno; ci siamo sempre salutati con gioia. Lei ci ha detto “perché credevo di conoscervi, o di avervi visto in tv”. Nientemeno! Boh…
La troviamo sul volo del primo mattino per Madrid, e sono i soliti caldi saluti. All’arrivo ci aspettiamo, lei vuole passare la giornata in aeroporto, fino a sera. “Ma sei matta?!? – dico subito – vieni in città con noi”. Ma lei intimorita confessa: “Non ho mai viaggiato sola, temo di perdermi…” Cioè, fammi capire, non sei mai andata via dalla tua Ventimiglia, dal tuo lavoro precario nelle serre dove si coltivano fiori e bulbi di curcuma, dai tuoi due figli a cui prepari i minestroni più ricchi che abbia mai sentito… E hai deciso di partire SOLA per il cammino?!?! Vedete, il mondo è strano, ma il popolo del cammino racconta storie che hanno uno sceneggiatore molto fantasioso.
La prendiamo in affido, portandola con noi in un minitour: metro, centro città, mrcato, tapas, birrette, jamon, ancora tapas, aperitivi… è una giostra, lei è divertita da morire “faccio una foto perché mio marito non ci crederà che sono qui”.
Ma non è qui per caso.
Passiamo davanti a un manifesto di una nostra fotografica su Auschwitz. Dico a Leo: “Guarda, un mese fa ero proprio qui, sul binario di questa foto”. Sono stato in Polonia con la mia squadra di calcio, in effetti. Lei si raggela, lo sguardo si perde. “Scusate l’emozione, ma mio padre è scampato alla morte proprio ad Auschwitz, dopo tre anni di prigionia. Ha lottato per sopravvivere perché era forte, aveva lavorato nei campi fin dall’età di dodici anni e, nonostante un braccio ferito, ha continuato a lavorare, a tenere duro. Poi è tornato a piedi, ci ha messo tanto, ma mi ha dato la vita, qualche anno dopo…”
Ha la pelle d’oca nonostante il sole piccante, la voce rotta dall’emozione. Proprio ieri parlavo di questi eroi, camminatori per necessità, che hanno lasciato alle proprie spalle l’orrore della guerra per un futuro di vita e non di morte. Altro che Compostela. Altro che vesciche. Ritorno con la mente a un luogo del campo di Auschwitz che mi ha commosso più di ogni altra cosa, un muro con i ritratti fotografici di alcuni prigionieri: visi giovani, consumati dalla fatica e dalla guerra, ma vivi, ignari forse del destino che li aspettava. Tra loro ragazzi come Leo. A loro nessuno “gliel’aveva fatto fare” e per questo anche noi, in certe situazioni, dovremmo porci una domanda diversa. Non chi ce lo ha fatto fare, ma perché ci possiamo permettere di farlo. In qualsiasi caso. Noi possiamo scegliere, c’è chi non ha potuto e chi non può ancora adesso. La nostra fortuna è un bene così prezioso che non riusciamo più a stimarne il valore.

Questo frullatore di pensieri ed emozioni ci porta di fronte a un simbolo artistico che descrive, come un rimando a questi pensieri, la follia della guerra. Siamo di fronte a Guernica di Picasso. È il più bel quadro che abbia mai visto, quello che trent’anni fa mi aveva emozionato fino ai brividi nel mio primo viaggio da solo. Anche allora con lo zaino in spalla. È un cerchio che si chiude, ritorno lì con Leo, mi rivedo in lui, avevo la sua stessa età, di fronte a quel grido di dolore lanciato di fronte alla follia.
Il dolore delle vesciche non è nulla. La follia di camminare 30 chilometri al giorno a oltre 35 gradi non è follia. È vita. Sono sorsi profondi di vita.
Speravo di arrivare qui, di godermi questo ultimo momento di Spagna guardando indietro e vedendo che era andati tutto bene. Ho avuto paura di non farcela, ma è andata bene.
C’è stato un momento in cui, nonostante tutto, sapevo che sarebbe andata così. È un piccolo segreto, ma mi ha tenuto compagnia e – perché no – è bello condividerlo. Nei cento e più messaggi di auguri per il compleanno ricevuti, mi è arrivato da una persona cara, un’anima gentile, un messaggio diverso, che diceva più o meno così:
“…..stamattina presto ho fatto un sogno e c’eri tu come protagonista .
Te lo racconto così come l’ho sognato.
Eri in una grande casa a te familiare ed eri in una sala piuttosto ampia; dovevate organizzare qualcosa , forse una festa e c’era tuo figlio che scherzava con amici nella stanza, tu e una ragazza di spalle, con i capelli lunghi giovane. Ti si avvicina, ti dà un bacio sulla guancia, si rivolge a te con un nomignolo e ti dice “non ti preoccupare… andrà tutto bene”
Stop.
Non so , ma dato che nei sogni di mattina sono racchiusi, dicono, messaggi…. te lo riporto così come l’ho visto”.
So chi era la ragazza dai capelli lunghi, non importa parlarne oltre, ma ci ha tenuto la mano..
Il cammino finisce qui. Penso a tutto questo sdraiato sotto un albero del parco, non riesco a trattenere qualche lacrima, fra le tante di questo cammino, ma di nascosto, che se no quello lì chissà cosa crede e poi si preoccupa. E poi, a volerla raccontare con le canzoni, sono solo cinque lacrime sulla mia pelle… che senso hanno.. tra due minuti è quasi giorno… è quasi casa… è quasi amore.
E titoli di coda 😜😜
Vi bacio tutti ❤️
El corazòn es grande, compàrtelo!
PS: questo post è stato scritto nel corso del mio secondo Cammino di Santiago, nell’Agosto del 2018. Qui si conclude questa storia.




