La favola di Arturo ‘n copp’e fili

La favola di Arturo ‘n copp’e fili

Lui è “Girott”, al secolo nonno Ciro, il mio nonnino di 94 anni fatti freschi la notte di San Lorenzo.
L’altro è Arturo “‘n copp’ e fili”, cugino di cugino di cugino ritrovato dopo mezzo secolo.
È una storia da raccontare.

Non potevo sottrarmi alla richiesta del nonno che, saputo del mio viaggio a Napoli per le vacanze, mi aveva detto “mi piacerebbe tornarci”. A 94 anni, dopo circa 50 anni dall’ultima visita alla sua città, non era ipotizzabile rimandare.
Destinazione immediata: rione Ventaglieri, quartieri spagnoli. Sì quelli di Gomorra e dei documentari delle tv straniere, dei bassi e dei film di Totò. “Non me la ricordavo in discesa la strada” dice il nonno, perché la memoria gioca strani scherzi, specialmente se recupera i ricordi d’infanzia. “Come è cambiato… ma una volta non era così sporco, qui ci stavano i signori, notai e giudici, era un quartiere ricco…”. Sarà stato così, ma adesso è davvero una babele imbrattata e degradata, affascinante, ma abbandonata a se stessa, con pregi e difetti.
Nonno – penso tra me – chi puoi ritrovare se non hai più parenti e, nella migliore delle ipotesi chi ti ha conosciuto quando sei partito adesso non potrebbe avere meno di 80 anni? Ma nonno Ciro non si ferma, ritrova ogni angolo, ogni porta, ogni metro della sua infanzia. “Qui c’era la scuola, qui il bar, qui il sarto dove lavoravo…” Ogni passo è un ricordo e una storia, spesso cruda e dolorosa, di un mondo che non conosciamo più, e anche del suo mondo raccontato mille volte, di una mamma perduta troppo presto, un papà imbarcato sulle navi, una solitudine vissuta tra mille affetti di quartiere e il mare.

Il basso dove abitava è ora un negozio sfitto, ma la casa della nonna c’è ancora.
Bussa: alla porta,nessuno.
Nonno – penso – non c’è nessuno che ti potrà conoscere, anzi, qui rischiamo pure le mazzate se non facciamo attenzione e bussiamo alla porta sbagliata. No, lui va avanti, bussa alla porta accanto, dove si sente una tv accesa. Esce una vecchina, un po’ guercia: “Signo’ sono Ciro, figli‘e Anna, Annina Laudanno… a cunuscite, v’a ricurdate, abitavo qui accanto co’ Nunnarella…?”.
Lei storce la bocca in una smorfia… “Chi?!?!”
Ecco – penso assistendo al teatrino – mo’ questa è pure sorda, figurati se l’aiuta.
Ma qui c’è il miracolo, non di San Gennaro ma quasi.
La vecchina gira lo sguardo verso quel ballatoio sgarupato… “E comme no… m”a ricuord…” (traduco vagamente i suoni della parlata, ma non conosco il napoletano e non me ne vogliano coloro che lo parlano per le bestialità che posso scrivere).
Si scatena allora una raffica di nomi scambiati tra i due, un albero genealogico che è un baobab secolare… “zi’ Totonno cuggin’e Mammela ‘o frate ‘e Sasà, Peppino e Pasca’…” Un groviglio di parentele, omonimie, equivoci e sovrapposizioni ma – carramba che sorpresa – l’abbiamo trovata.

E la carrambata non può finire qui.

Passa una signorina smilza ed elegante anche se non più giovanissima, con due cagnolini in braccio; saluta l’anziana affacciata al basso. “Lei è una Laudanno” dice la vecchia. Allora la signorina prende il telefono e propone la “chiamata a casa” d’aiuto. “Voi forse conoscete mio padre, si chiama Arturo”.
“Arturo ‘n copp’e fili!!! Certo che lo conosco!! Chille era nu mariuolo, s’arrampicava su tutte le case di Montesanto, fino al tetto” dice il nonno.
Telefona.
Io penso, figurati se quello si ricorda. Invece: “Cirooooo, comm’ va… si arrivat…”
Miracolo, parente unico in vita, ritrovato. “Dove stai? Ti vengo a trovare. Domani mattina – chiede il nonno – ci sei o lavori?”
“Ciro, io nun’aggio mai faticat, me miett’a faticà a 78 anni…” 😂😂 e sì, che volevi che ti dicesse Arturo, mica è stato contaminato da una trasfusione accidentale di sangue milanese? No, lui da buon equlibrista si è destreggiato sui fili della vita ondeggiando tra chiaro e scuro, tre figli, uno un po’ mariuolo, un altro emigraro al nord e la signorina dei cagnetti.

Lo andiamo a trovare il mattino dopo, ci viene incontro giù dal vicolo e ci riconosce subito: “Giròtt, stai ‘na meraviglia” dice mentre ferma un altro della famiglia, cuggin ‘e cuggin ‘e cuggin, mentre esce di casa con un cesto pieno di granchi vivi. Mi sembra di essere in una commedia di Peppino De Filippo.
Sì cuggin ‘e cuggìn a Napoli lo sono tutti: se è vero che in 7 passaggi di conoscenza arrivi a qualunque persona al mondo, in due gradi o tre di cuginanza a Napoli arrivi a tutti. Forse anche Pino Daniele è mio cuggìn, figo…
Andiamo a casa di Arturo, una casa di ringhiera in un palazzo antico, imprigionata tra centinaia di cavi elettrici in facciata: nomen omen. Le scale e gli androni sono dipinti di fucsia, l’alloggio pure (avanzava la tinta o piaceva così tanto?!?!).

La tavola rotonda di Artù sta in un biilocale a un’aria sola, sgarupato ma dignitoso, come, in fondo, è tutto da queste parti. È mezzogiorno e l’acqua già bolle sul fornello. Di fianco un pacco di pasta e una pentola di sugo pronto. Una fotografia che avrò visto migliaia di volte a casa dei nonni: “Vulite favurì, ce facimm nu spaghett…” No grazie, siamo di fretta, poi il nonno deve partire, poi ci siamo già scassati di cornetti un’ora fa, poi ci danno per dispersi, poi forse il nonno non se la sente, poi forse non è il caso, poi… poi capisco che questa è davvero brava gente, che ti apre casa col cuore in mano anche se sei un cugino di undicesimo grado e forse di più, anche se in equilibrio sui fili spesso si mette il piede in fallo e finisci giù, allora cadi e ti fai male. Sono storie tristi, droga, delinquenza, deriva; forse se Girotto non fosse partito colla valigia di cartone una parte dei miei cromosomi sarebbe lì in quei vicoli, o a Poggioreale, dove “ti pestano nudo per tre giorni di seguito”… ma che ci frega, c’ho un nipotino che nascerà fra poco e chissà quando e se vedrà suo padrea, ma un altro che gioca a calcio al nord, e chill’è forte, chille un giorno diventa pure uno di serie A…

E così ce ne andiamo via come fossimo parenti di una grande famiglia, che non esiste, ma che ci fa promettere che ci rivedremo. “Ve lo riporto il nonno” prometto, che è un azzardo e chissà se il cielo ce lo tiene cosi, questo prodigio della natura che a 94 anni guida, cucina e si tiene casa da solo.
Scendiamo giù dai quartieri spagnoli, nel casino della Pignasecca, tra mille odori e colori. Già. Napule è mille culure… Napule è ‘na carta sporca e nisciuno se ne ‘mporta… tanto se cammini sui fili e che t’importa della munnezza che sta a terra, del degrado, della camorra… lassù sui fili il cielo è più vicino ed è forse più azzurro di quello che vediamo noi.