
È primo mattino e a Santiago fa ancora fresco. La città è pigra e mi piace muovere i primi passi del cammino in questo clima ovattato.
Cerco di raggiungere la stazione degli autobus; davanti a me compare una ragazzotta con zaino in stile indio. Ha un grande tatuaggio su un polpaccio, fisico strong e capelli rasta, cammina decisa. La seguo inconsapevolmente, perché credo vada anche lei verso gli autobus.
Nell’atrio del terminal cerco la linea giusta, ma zero informazioni. Lei si gira e mi chiede, in inglese: “Dove vai? Io a Sarria, sai dove sono gli autobus”?
Santo cielo. Ha due occhi di ghiaccio che fanno star male. “Mi chiamo Sofia, sono in giro da un anno, ma questo è il mio ultimo viaggio, poi torno a casa. Tu come ti chiami”?
Il tempo di presentarmi e mi stacco un attimo per chiedere informazioni: “Aspetta – le dico – chiedo e ti dico”, così mi giro e… Pufff… Sofia scompare. Scompare! Via, dissolta, non la vedo più! Pazienza, penso, non voglio mica accozzarmi qualcuno.
Poi comincio a farmi un film: la suggestione, da queste parti, paga bene… Sofia = conoscenza. Ho appena scritto a un amico che non sono qui per ritrovarmi. Non mi sono perso. Piuttosto cammino per capire, per studiare, per conoscere. Conoscere.
Nelle due ore di autobus mi faccio una pista da non credere, davvero. Credo di aver visto un fantasma.
Poi, grazie al cielo, ritorno alla realtà. Sofia non è un fantasma. Sale sul secondo autobus dopo la coincidenza; lei ne aveva preso un altro. Si siede accanto a me. Parliamo.
Ha studiato relazioni internazionali – a Santa Barbara in California, mica a Pizzighettone – poi ha fatto la cameriera; ora pensa di fare la tassista. Strano, penso io. Poi mi racconta un po’ la sua vita.
“Quando avevo otto anni mi hanno diagnosticato dei disturbi cognitivi. Ho passato più di dieci anni con terapie di supporto e ho capito quanto si può fare per gli altri. Vorrei fare quello, aiutare le persone con deficit mentali”
Ma come fai a essere qui, le chiedo.
“Quando ero piccola i miei mi hanno insegnato a mettere da parte i soldi che mi davano o che guadagnavo. Avrei potuto farne ciò che volevo: comprarmi una casa, un’auto, aprire un’attività. Ho deciso di viaggiare. Voglio conoscere il mondo”.
Brava, le dico, fai quello che hai desiderato fare. “You’re dreaming your dream…”.
Bamm! È un fotogramma. Ho appena ricevuto, tra i tanti graditi auguri di buon cammino, un estratto da in libro di Coelho, l’Alchimista.
Quella pagina dice: “Perché dobbiamo ascoltare il cuore” disse il giovane quando quel giorno si accamparono.
“Perché esso conosce tutte le cose e dovunque sarà, lì si troverà il tuo tesoro” rispose l’Alchimista.
Brava Sofia. Giovane californiana on the road, potresti essere mia figlia, ma hai un’anima antica che vale più della mia.
Cerchiamo a Sarria un albergue insieme, però è evidente che non vogliamo viaggiare insieme e ci salutiamo. “Ci rivedremo, sicuro… On the way”.
Ora scrivo sdraiato sotto un pergolato paradisiaco. Il sole mi scalda i piedi, un venticello mi rinfresca. Davanti a me una pellegrina in silenzio legge il suo libro. È serena, si gode anche lei questo piccolo eden low cost. Poi appoggia il libro. Guardo la copertina: “Paolo Coelho – El alquimista”.
Sofia. Conoscenza. Sogno. Cuore. Alchimista.
Sono le perle di una collana. La suggestione, da queste parti, paga bene.
PS: questo post è stato scritto nel corso del mio primo, breve, Cammino di Santiago, nell’Agosto del 2016.




