La dura vita del pellegrino (2/7)

La dura vita del pellegrino (2/7)

Capita che i percorsi inizino dalla fine. È anche uno schema narrativo: il “dopo prima”, come quando nei gialli c’è la scena dell’omicidio e poi si torna indietro a raccontare.

Così, il mio cammino è cominciato all’indietro, da Santiago alla tappa di partenza: Sarria. È il minimo sindacale per dire di aver compiuto il cammino, 110 chilometri che non bastano ad evitare di essere visto come uno sfigato da chi è partito prima. E pazienza.
La considero una giornata di ambientamento. Due tappe in pullman e sosta a Lugo, in tempo per una visita alla cattedrale. Cupa, buia, mi dà l’impressione di un luogo che non ispira preghiere. Poi una gentile signora mi osserva proponendomi gentilmente uno “stampe”. “Grazie – rispondo – ma sono nuovo del giro, non ho neanche la Credenziale”. Un babbano dei pellegrini, insomma. “No hay problema, es en venta aqui” e mi porta nella sacrestia del ‘500. Bellissima. Mi consegna questa sorta di passaporto, insieme ad alcune belle preghiere. Sono per la “Madonna dagli occhi grandi”, patrona di Lugo; mi piace l’idea di questa protettrice ipervedente.
Il tempo di comprare qualcosa per il pranzo e riprendo il viaggio verso Sarria dove arrivo nel primo pomeriggio. È pieno di ostelli, ben organizzati e discretamente puliti quindi non faccio fatica ad accasarmi. Decido di organizzare il mio picnic quando mi segnalano l’esistenza del “mercadillo” del sabato. “Hay el pulpo…”
Azzz… Il polipo alla galiziana, bollito e condito con olio e peperoncino in polvere! Non posso perderlo! Scarto la mia triste e salutare merendina e mi proietto dritto alla fiera.
Che bello. Un mercatino di provincia con almeno dieci pulperie da strada con tanto di tavoli e panche in legno sotto i tendoni. Ci sarà posto per mille persone.


Gente di ogni tipo, ma semplice. Anziani che chiacchierano, famiglie, coppiette, qualche pellegrino. Il fumo delle costine alla brace s fonde col vapore dei pentoloni di pulpo che gorgogliano ovunque. Non resisto.
Una porzione, poi cerveza e pecorino dolce. Me lo portano intero con una pagnottona di pane campagnolo. “Prendine quanto vuoi, qui c’è il coltello”.
Sono commosso alle lacrime, questo è il mio paradiso. I tavoloni di legno, il mercato, la gente vera. Non lo cambierei con nessun ristorante stellato. Poi il caffè, versato da una grande cuccuma fumante direttamente nel bicchiere in cui avevo la birra; declino giusto l’offerta di un generoso taglio di aguardiente, se no mi capotto direttamente sotto la panca.
Appagato e brillo il giusto, mi godo la vitale energia del mercato, anche quello dei cavalli. Qualche caminante arriva al termine della tappa, sono stremati. Io, per ora, mi godo la penombra di una pergola di uva bianca e mi lascio scaldare dal sole del pomeriggio.
La dura vita del pellegrino per ora può aspettare, comincerò a camminare domani. 

PS: questo post è stato scritto nel corso del mio primo, breve, Cammino di Santiago, nell’Agosto del 2016.