
Gli ultimi giorni prima della partenza sono di fibrillazione pura. Confesso di aver passato mattine intere, prima della partenza per Barcellona, tra le botteghe cinesi di Porta Palazzo in cerca di venticinque infradito coordinate alla divisa. Più di una volta ho sentito qualche compagno confessare “Io non riesco a lavorare, ho già la testa a Barcellona…”. I nomi degli stimati professionisti non li faccio, ma dico la verità.
Uno dei miei divertimenti, insieme a quello di organizzare il viaggio stesso, è quello di studiare e creare la “divisa sociale”. È una libidine che mi viene da qualche reminiscenza carmica, non lo so, ma il pensiero di dotare il gruppo di una divisa mi entusiasma, e ci metto anche del mio per comprarle, ma non me ne frega niente, meglio così che in sigarette. Per la trasferta a Barcellona ci voleva qualcosa di speciale, che parlasse di mare, di Spagna e di Valsalf. Cosa meglio, quindi, di un completo che riprendesse i colori della nazionale iberica campione del mondo, con maglia rossa e pantaloncino a mezza coscia blu scuro, il tutto scudettato e marchiato, come tradizione: Valsalice Alfieri 1981 – Barcellona 2012. A completare la divisa, una bella camicia in piquè blu notte, con tanto di scudetto ufficiale, sciancrata quel tanto che basta per essere dei veri “picieurs da balèra” (neologismo, ma mi piace, rende l’idea): perfetta quindi come “divisa di gala”, l’abbigliamento che tradizione vuole venga indossato nel volo di andata e in occasione della cena della prima sera, quella in cui siamo ancora integri, puliti e vagamente responsabili, per cui si va in un bel ristorante.
Il ritrovo è come tradizione in Piazza Zara. Il volo è in tarda mattinata, per cui ci sono anche le mogli; a differenza delle precedenti partenze notturne, l’atmosfera è diversa, più familiare e meno carbonara e, prima volta nella storia, a bordo dell’autobus c’è anche una donna, Cecilia (la moglie di Miky) che si è aggregata al gruppo giusto per il volo, per andare a trovare una cugina. La sua presenza è stata accettata a condizione che viaggi sotto anestetico e che sia sottoposta a lavaggio del cervello sul volo di ritorno.
Dopo il tradizionale caffè della staffa al Bar Giardino, il torpedone si muove alla volta di Malpensa: abbiamo appena imboccato Corso Moncalieri, vediamo le mani dei parenti che ci salutano dal marciapiede, che subito si alza il coro: “Llorèt, Llorèt de Mar…”. Il viaggio è ufficialmente cominciato.
La seconda fermata è all’Auchan di Corso Giulio, dove si raccattano gli amici della zona Nord, ma soprattutto dove, tra gli altri, salirà Diego Ovazza. Diego, stimato e affermato manager dalla indiscussa professionalità, mi ha messaggiato in mattinata: “Cazzo lo tengo in frigo, ma non voglio che lo vedano le segretarie”. Parla del barilotto di birra Moretti ghiacciata che ha promesso di portare; e se Diego – nominato mastro birraio ufficiale della compagine – promette una cosa, la mantiene. Le gole non rimarranno a secco, oltre al barilotto di Moretti ce n’è anche uno di Becks fresca fresca, pronto all’uso. Non siamo neanche a Chivasso che la frenesia del brindisi iniziale si impossessa del gruppo: tutti gridano “stappa, stappa, stappa…” e Diego non si fa pregare, strappando la chiusura della botte. La fontana di Ginevra non è tanto potente come il getto della birra che comincia a schizzare sul soffitto del pullman; manco a farlo apposta, l’autista aveva detto che l’aveva fatto pulire bene proprio il giorno prima…
Diego, con prontezza e spirito di sacrificio decide di far fronte all’emergenza e si prodiga con bocca a cuoricino a tappare l’orifizio spumeggiante: la bionda preme nella sua gola inalando almeno una pinta ad alta pressione, ma, una volta che la belva è domata, il nostro eroe alza lo sguardo goduto, proclamando orgoglioso: “passatemi i bicchieri!”.
Il morale è già a mille, Torino non è lontana più di venti chilometri, ma per noi è come se fosse su un altro pianeta.
Il rito della vestizione e della distribuzione delle maglie numerate fa il resto: l’esercito ha ora la sua divisa, i suoi colori, il gruppo variopinto diventa un’unica macchia di colore blu che si muove in sintonia, intonando i canti di battaglia.
Il coro ha un valore aggregativo incredibile: da sempre gli eserciti intonano canti di guerra, perché l’unione delle voci è unione di anime, smuove i sentimenti e amplifica il coraggio di chi si sente parte della schiera. Noi non siamo una generazione canterina, ma quantomeno i cori da stadio e le canzonette da tormentone estivo le sanno tutti. Qui comincia a nascere la compilation di canzoni che accompagneranno il viaggio: è Gianluca che intona per primo “Non amarmi” di Aleandro Baldi, una delle più brutte e melense canzoni della storia italiana, ma basta a scatenare le ugole.
In un attimo siamo a Malpensa, dove attacchiamo la zona check-in. Una delle regole del gruppo è “tutti per uno, uno per tutti”, a cui abbiamo nel tempo aggiunto la logica del “va bene anche tutti contro uno, se si tratta di uno scherzo”. Infatti, una delle preoccupazioni principali durante le trasferte, è guardarsi le spalle dai propri compagni: lo scherzo è sempre in agguato e le trame per metterlo in atto possono durare anche giorni interi. Un classico è al banco del check-in. Puntiamo senza indugi verso quello con l’inserviente più carina, non quello con meno coda; la fanciulla, oltre ad essere avvenente è pure simpatica ed accetta, a dispetto del suo ruolo professionale, di bloccare la valigia di PJ, che ha avvolto e assicurato il bagaglio, per tutelare i suoi preziosissimi averi, con quell’orrenda pellicola fluorescente venduta negli aeroporti. “Mi dispiace signore, il suo bagaglio non è imbarcabile” gli comunica. PJ sgrana gli occhi, poi si gira e col suo sorriso gigione esclama il solito “Andate a cagare, raga…”. La brunetta del desk si fa scappare una risatina e lo scherzo cade, ma parte immediatamente il coro che accompagna ogni gesta di Pierluigi: “PJ, chi cazzo sei?” sulle note della Marsigliese. Nell’area check-in c’è qualche turista francese che drizza le antenne, poi guardandoci capisce.
Una volta ottenuti i boarding-pass questo esercito di baldi atleti va nutrito. La dieta, quando si va in trasferta, è ferrea e gli alimenti sono scelti sulla base di una programmazione bilanciata e attenta, mirata ad un unico risultato: devono fare del male. Cosa c’è di meglio di un Bacon-CheeseBurger al fast-food dell’aeroporto, con tanto di birra e coca a profusione? Non mangio mai quelle schifezze, ma quel paninazzo con tanto di salsa BBQ e cipolla caramellata è veramente un sogno, anche perché assaporato in perfetta atmosfera da gita scolastica. È un momento insignificante che però conservo nella memoria con affetto, non so dire perché; di sicuro, la cipolla e la salsa hanno continuato a essere conservate nella nia memoria per diverse ore, specialmente durante il volo.
L’altoparlante richiama i passeggeri al gate, il volo EJ2765 è aperto, fra qualche minuto si decolla: Barcellona è sempre più vicina.




