Incontri lungo il cammino (5/7)

Incontri lungo il cammino (5/7)

Nel cammino è fatale incontrare persone particolari e, con alcune, approfondire la conoscenza. Si tratta, mediamente, di persone interessanti; non che fare un pellegrinaggio le qualifichi in qualche modo, ma sono convinto che se fossi andato al mare in Romagna avrei conosciuto persone diverse, e mi fermo qui. Ecco alcuni incontri che mi hanno colpito.

WALKING ON THE MOON

Pomeriggio pieno, fa un caldo bestia. Esco dal bosco con le cuffiette alle orecchie e affronto un lungo tratto aperto. Il sole morde e raddoppia la stanchezza. Arrivo a un punto strano; un enorme canale artificiale scavato da poco nella terra, solcato da ponti a distanza regolare. Enorme. Secco.
Davanti a me quattro ragazzi, camminano a zig-zag facendo giri strani, sembra che urlino qualcosa. Sento solo la musica, non percepisco rumori esterni, per cui mi sembra di vederli in un film. Uno ha solo un bastone e cammina a torso nudo con un paio di pantaloncini arrotolati fino all’inguine; il secondo ha uno zaino enorme, il terzo un cappellaccio da spaventapasseri; il quarto sembra normale, quindi lì è l’unico fuori posto.
Il ponte ha due corsie separate da una ringhiera, forse un giorno ci faranno una strada grossa, che adesso non esiste. Siamo nelle due corsie opposte e ormai camminiamo affiancati. Ci guardiamo, io oscillo la testa, un po’ per seguire i miei passi, un po’ per accompagnare la musica. Uno di loro mi guarda e mima un passo di danza. Rispondo muovendo le braccia a tempo. Loro vedono e cominciano a camminare ballando, io li seguo. In quel paesaggio lunare siamo cinque scemi che avanzano come un corpo di ballo fuori ordine; una sorta di Priscilla nel deserto (chissà chi la capisce) sulla via del Cammino.
Il ponte finisce, ci salutiamo a gesti come in un film muto e me li lascio alle spalle, sono troppo lenti nelle loro traiettorie incerte.
Il sole, è evidente, dà alla testa.

IRENE E I CANI SCIOLTI

Mi accingevo a terminare gli ultimi 16 km da solo, con un caldo soffocante. Sul sentiero non c’era nessuno, perché dopo le 16 pochissimi proseguono. Entro in un bosco, con sentiero in discesa: nessuno. Dopo una curva si materializza una specie di cappuccetto rosso, una ragazzina con uno zaino enorme; cammina con le cuffiette e non mi sente.
Le sto pochi metri alle spalle senza superarla, poi, quando la raggiungo, fa un salto. L’avrei immaginato. “C’è nessuno oggi eh?!” Le dico in spagnolo, e dalla risposta capisco che è italiana. Ci presentiamo, lei è Irene, ha iniziato da St Jean. Dove? Dico io. Pezzo di un deficiente, è l’inizio del cammino francese e lo sapevo anche, ma non immaginavo di incontrare facilmente questi Iron-peregrinos che, invece, sono moltissimi. È in giro da più di in mese, lo ha deciso quando ha perso il suo lavoro-non lavoro. Nel senso che le hanno annullato pure lo stage di formazione, settore moda, ma almeno erano 400€ al mese per 8 ore al giorno. Capiamo che a entrambi fa piacere affrontare i chilometri mancanti in compagnia. In breve si arriva a dialoghi sui massimi sistemi, ai motivi del cammino, alla spiritualità, al futuro.
Irene è in gamba, una giovane con una marcia in più: “Ho fatto uno stage in una ditta di piumini, prodotti di eccellenza, ma ho capito in due giorni che sbagliavano tante cose, il padrone è anziano, figli e nipoti non all’altezza. Ma sono giovane e non potevo fare nulla, non mi hanno insegnato nulla, sono tutti gelosi del loro sapere.” Peccato. Mi piace quando dice: “Il Cammino mi ha cambiata, ora mi sento più forte, quando torno non mi ferma più nessuno”.
Ci ripromettiamo di fare una mangiata di pulpo insieme, a Melide, ci sono anche altri, mi dice. Immaginavo magari due-tre ragazzine, invece la ritrovo con una tavolata di quindici pellegrini, età media 30-35, fino ai 60. Gente tosta, quantomeno diversa dagli stereotipi cittadini. Sono scalzi, vestiti in modo policromo e inusuale, capisci che mettono quello che c’è, che si è salvato nel viaggio. Già, perché anche loro hanno un mese di cammino alle spalle. Gente vera, profonda. E ridono, scherzano come amici a una cena di classe. Ma… Tutti soli? Chiedo io. Tutti soli, ognuno con la sua strada, ognuno con la sua storia. Cani sciolti, riuniti in branco.
Li ho ritrovati davanti alla cattedrale a Santiago: la loro corsa in discesa verso la piazza nonostante gli zaini, le loro urla di eccitazione, le loro lacrime di gioia rimarranno per me il ricordo e l’emozione più forte dell’arrivo.

ROTELLE

Arrivo a una fontana. Vedo le bici di una coppia, incastrate in piedi al centro del sentiero. Lei cammina in avanti cercando chissà cosa, lui sdraiato davanti alla fontana. Passo vicino alle bici e vedo che una ha dei rotelloni: “Figo – penso – sarà di lei e così ci carica le borse laterali senza rischi”. Mi avvicino alla fontana. Lui è giovane. Troppo più giovane di lei. Sembra che stia riempendo a fatica la borraccia, ma non c’è acqua lì. È sdraiato. Gioca. Gli sono ormai vicino e capisco tutto: è disabile, ha anche dei deficit mentali. Le rotelle sono per la sua bici. Lo saluto e proseguo, mentre la madre mi avvisa “Se vuoi acqua torna indietro”. No grazie, vado avanti verso la mia meta.
Penso a quanto sia diversa la mia meta dalla loro, quanto per loro sia penoso ogni spostamento. Provo un’ammirazione sconfinata per quella mamma. Per loro arrivare a Santiago varrà più di ogni altro cammino.

FALTA UNA VACA!

Sono nel bosco, musica a palla. A destra un prato, a sinistra un ruscello tra gli alberi e tante vacche al pascolo. Bucolico..
Un anziano mi viene incontro gesticolando non capisco, lui mi dice qualcosa, ma non sento. Mi strappo le cuffie, lui ripete incazzato a un metro da me: “Falta una vaca, manca una vacca, l’hai vista”?
No non l’ho vista, gli dico e rimango attonito: e che ci posso fare? Ti aiuto a cercare la vaca? Lui si butta nel bosco, capisco che sta cristonando. Infilo le cuffiette e riparto, il siparietto è terminato.

SOGNO DI COPPIA

Sempre nel bosco, sono quasi le tre e non ho mangiato dalle sei, ma mi sono rifiutato di fermarmi in un paese orribile. Sogno un succo fresco e della frutta. Quando capisco di essere in riserva, un miraggio: un banchetto sul sentiero con frutta fresca e secca, con una cassetta per le monete. Arriva dalla casetta retrostante una bella ragazza, americana, le chiedo dove è il primo bar per bere e riposare. “È a un chilometro – dice – ma se vuoi puoi stare qui. C’è della limonata fresca qui, poi metti quello che vuoi nella cassetta”. Mi invita a riposare sulle amache o sui cuscini messi nel prato; credevo fosse casa loro, non osavo chiedere. Mi spiega che stanno mettendo a posto la cascina, il tetto perde, e che presto apriranno un punto di ristoro, lei e la sua compagna. Ashley e Vanessa lavorano alacremente e io riposo sui loro cuscini mentre scrivo. Arriva qualche altro pellegrino, in silenzio, si parla poco. È un’oasi, un paradiso. Giro dietro la casetta del granoturco e ora vedo bene la casa. È tutto bellissimo: un vialetto ricavato da pallet di recupero porta all’ingresso, di fianco un piccolo orto con erbe aromatiche piantate di recente. E poi catene di lampadine appese all’ingresso. La casa è ancora un rudere, il tetto perde, ma sembra già tutto pronto per una festa. Se un giorno farete il cammino francese fermatevi, non serve dirvi esattamente dove si trova, ne verrete attratti da soli. 

PS: questo post è stato scritto nel corso del mio primo, breve, Cammino di Santiago, nell’Agosto del 2016.