La fine del Cammino (7/7)

La fine del Cammino (7/7)

La fine del cammino, due lettere, orizzontale. “Male alle gambe” direbbero Ficarra e Picone, ma non ci sta. Da cruciverba, e forse è l’unica risposta esatta, la crittografia corretta è NO. Il Cammino non finisce. Non credo sia la solita frase fatta da volantino del catechismo, ma la constatazione che un’esperienza così ti rimane dentro.

Ho fatto un tratto breve, “solo” 118 km in quattro giorni, ma sono valsi 118 anni di emozioni, un distillato di sensazioni da assaporare con gioia, una ventata di vita di cui riempirsi i polmoni. Ora che scrivo l’ultima pagina di questo social-diario che mi ha tenuto compagnia in questi giorni di lontananza dal mio mondo (non di solitudine perché ho conosciuto davvero tante persone), sul mio letto di casa, comincio a riguardare indietro e capire di più. Mi rimane il ricordo di forti emozioni e la consapevolezza del valore delle piccole cose che in questi giorni erano per me importanti. Un letto, un tetto sotto cui dormire, qualcosa da mangiare per sfamarmi, un vestito pulito, nulla di più. L’essenza delle cose, non il superfluo: si può essere felici anche solo con poco, spero di ricordarmelo per il resto dei miei giorni.
Non sarà facile raccontare: parlerò del viaggio, mostrerò foto, ma quello che mi è rimasto dentro lo posso sapere solo parlando a me stesso.

Posso darvi un consiglio? Fatelo.

Fate il Cammino di Santiago, o quello che volete. Prendete la vostra bici e partite, salpate con la vostra barca a vela per i mari più lontani, accendete la vostra moto e andate. Soli, o in coppia, o in gruppo, andate. Fra i tanti, bellissimi e affettuosi messaggi che ho ricevuto in questi giorni, molti amici invidiavano la mia scelta, con tanti “mi sarebbe piaciuto” o “un giorno lo farò “. Fatelo, non è impossibile. Il chilometro più duro del cammino è quello che vi separa dalla vostra scrivania d’ufficio, dagli impegni di casa, da un’agenda troppo fitta. No, credo che quella non sia la nostra vita, quello è il teatrino che vi costruiamo intorno, convinti di poter trovare una buona scusa per la nostra infelicità.

Ho visto anziani dal passo lento, mamme con bimbi piccolissimi nello zaino, portatori di handicap, ogni tipologia di essere umano: hanno avuto il coraggio di fare il loro cammino, nonostante tutto. Quindi fatelo.
Tornerò a Santiago, ancora da solo, o ancor meglio in compagnia delle persone che mi sono care: non è per forza un’esperienza intimista, la si può condividere con gioia. Voglio arrivare all’oceano, a Finisterre, a respirare il vento del mare.
Alla fine di questo cammino non mi sono ritrovato, perché non mi ero mai perso: ho solo voluto cercare una nuova strada per capire. Ed è stato meravigliosamente bello. 

PS: questo post è stato scritto nel corso del mio primo, breve, Cammino di Santiago, nell’Agosto del 2016.
Conclude questa, per me, bellissima storia.